venerdì 14 settembre 2007

Elogio della lentezza

Potrei chiamarlo “elogio della lentezza”, consapevole che non sono la prima né l’unica a scriverlo. E che è tutto il contrario della mia giornata di oggi. Sono a Milano da quasi un mese e mi trovo a considerarla meno peggio di quanto mi aspettassi, ma certo non è la mia città preferita, né credo che potrà diventarlo. Esteticamente brutta, tolti alcuni angoli del centro, priva di atmosfera comunque. Capisco “l’ebbrezza” umana e professionale che può dare la sensazione di essere al centro del mondo, ma poi ognuno ha la sua scala di valori e priorità, e la mia è diversa. Tutto qui. Elogio della lentezza, dicevo. La mia giornata (che poi, alla fine, definisco ricca, in termini di contenuti) è cominciata alle 5, con un turno di apertura in radio. Che mi piace perché si è in pochi e si lavora bene, senza casino, in un silenzio quasi perfetto: notiziario televisivo a rotazione in sottofondo, ticchettio delle tastiere, stampante, giornali sfogliati. Mi ha sempre incuriosito sapere cosa c’è dietro un giornale stampato, un gr ascoltato alla radio. Adesso che posso vedere il dietro le quinte, dico che è bello, è faticoso, spesso non è “romantico” come te lo immagini, ma è nella sua “asprezza” che, come dire, tempri la passione. Alla fine, sto camminando e osservo la strada, gli incroci e le persone che incontro, ma anche come muovo i passi e se corro, o cammino, o mi fermo un po’.
Poi, capita un “imprevisto”, ma il giornalismo – si dice – ti allena a reagire. In realtà, è una chiamata alla quale non posso e non voglio dire di no. Per cui, via, in una piccola missione da “city angel” dilettante. Allora capisci cosa può accadere se i pensieri in testa corrono troppo veloci e non li si riesce a fermare in tempo, prima che prendano il sopravvento, aprendo una spirale che sembra un gorgo mostruoso. Ma, come mi ha dimostrato mia sorella nei mesi scorsi, può essere altrettanto potente la capacità di aprire una porta e far entrare uno spiraglio di luce. Provare a leggere le cose da una prospettiva diversa, che non risolve tutto come un colpo di bacchetta magica, ma sposta lo sguardo. Tutto qui.
Poi, è arrivata la sera. “Classico” appuntamento per l’aperitivo, con un’amica che non vedevo – nel senso proprio di essere riuscite poco più che a guardarci in faccia nell’ultima occasione utile – da quasi tre anni. E lì, per quanto piacevole, mi rendo conto di tutta la corsa che è stata questa giornata. Rifarei tutto esattamente da capo, perché in ogni azione di oggi, non è mancato mai un “buon grado di umanità”, di quell’essere “ancorata con i piedi per terra” di cui dicevo nel post precedente. Ma ecco: non ci vediamo da tre anni e come si fa a concentrare tutto quello che ci sarebbe da dire in un paio d’ore?? Questa corsa, in nome di che??
Ecco perché, tornata a casa, è meglio tenere il telefono spento. Vedere un film muto, vale a dire un film che va in tv con il volume a zero, spegnere anche Gianna Nannini, che adoro, e che riparte a tutta birra non appena riaccendo il computer. Intensità non fa rima con frenesia. Elogio della lentezza perché solo mettendo una cosa dietro l’altra, dando a ogni cosa il suo peso e il suo spazio ci si gode un po’ meglio tutto. Poi, non importa se non ho prodotto abbastanza, ma se ho fatto attenzione a non pestare un piede a un ragazzo sulla metropolitana, allora vale di più.
Sul mio tavolo adesso, intorno al computer, ci sono alcuni giornali, il telecomando, il lettore mp3 soprannominato “Ruggiero”, il tesserino dell’Ordine. E poi, a ricordarmi che sono una persona normale che vive in un mondo privilegiato, uno scottex con cui ho spolverato lo schermo del computer prima di iniziare a scrivere questo post.

2 commenti:

chiara ha detto...

e per quel giorno da city ngels ancora t ringrazio...

kla ha detto...

E figurati... In realtà mi hai fatto prendere un grande spavento perché non sapevo proprio da che parte cominciare. Cmq direi che... si può perdere una battaglia, ma non è detto che la guerra sia persa! ;-)
Baci, a presto!