venerdì 22 febbraio 2008

Il lusso del pregiudizio

È un po' di tempo che mi capita di fare questa riflessione: un giornalista non può permettersi il lusso del pregiudizio. Ed è un pensiero che si ripresenta sempre - e ultimamente sempre più spesso - quando mi rendo conto di quanto siamo lontani anni luce da tale, non dico stato di cose, ma predisposizione.
Ora, è chiaro che nessuno a partire dalla sottoscritta è immune dal leggere attraverso le proprie idee quello che gli succede intorno, però credo che con un po' di autocontrollo e di buon senso si possa separare - almeno un po' - la propria opinione su un fatto dai termini, dalla sostanza del fatto stesso. Mica facile, però è anche quello che - in teoria - dovremmo imparare. Anche, credo, per una questione di onestà intellettuale.
Invece, vedo - con irritazione - domandine tendenziose, allusioni e scodinzolamenti. Se adottiamo noi per primi questo atteggiamento, come facciamo a lamentarci che qualsiasi discorso - dall'aborto al conflitto d'interessi, solo per citarne due - finisca puntualmente "in vacca", nel mare di dichiarazioni di persone più o meno titolate a esprimerle? Non attendo risposte esaurienti, ma forse, la prossima volta, almeno domande un po' più meditate.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

sarei curioso di sapere a cosa ti riferisci. filippo.

kla ha detto...

Mi riferisco alle modalità con cui - a volte, magari spesso - si svolgono i dibattiti sulla stampa, in tv e anche in classe nostra.

pmor ha detto...

Terzani diceva che nel giornalismo non esiste la neutralità. Che pensare che un giornalista possa essere superpartes è una cazzata. Perché il giornalista è colui che ti relaziona su un fatto utilizzando la sua personalissima sensibilità, quella sensibilità che gli ha permesso di cogliere questa o quella sfumatura di un dato evento... però concludeva anche: l'importante è fare questo mestiere con una grande onestà intellettuale. Il nostro è un mestiere in cui esercitare prima di tutto la nostra curiosità. E metterla in pratica sempre, ovunque e con chiunque. Poi il racconto che daremo al lettore sarà per forza di parte. Perché quanto avviene lo dobbiamo per forza reinterpretare. Io, nel raccontare la strage di erba, ad esempio, ho scelto di non scrivere più una riga su come è stato ucciso questo o quello. Ho deciso che la testimonianza del medico legale non doveva trasformarsi in un articolo di ordinaria macellerie. Altri colleghi si sono limitati a riportare la testimonianza parola per parola. in linea teorica solo sono stati più aderenti alla realtà. io l'ho reinventata con la mia sensibilità...dove sta il giusto? forse una regola non c'è. Se non l'onestà intellettuale. Scusa la lunga digressione. Ciao!

kla ha detto...

Sono perfettamente d'accordo con quello che diceva Terzani e che tu riporti qui. Il problema è che per essere intellettualmente onesti bisogna avere il coraggio di dirlo e, prima ancora, di dirselo che si ha una certa posizione. Quello che non mi piace è assistere a uscite i cui contenuti sono spacciati per obiettivi, mentre si tratta di pura, plateale parzialità. D'altra parte, avere una sensibilità attraverso la quale si percepiscono e si raccontano le cose è un fatto più che auspicabile. Ma, secondo me, è diverso dall'essere parziali e faziosi.