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sabato 28 novembre 2009

Con un colpo di spugna

È passato parecchio tempo dall'ultima volta che ho scritto e oggi torno qui, in prima persona, in cerca di un po' di "libertà".

Mi sento un po' un amante tradito, che ha molta dedizione e gioca con persone che non stanno alle stesse regole. Fastidiosamente ho questa sensazione riguardo a più campi, non solo dove tutto sommato resta intollerabile, ma era comunque prevedibile.

E mi secca di più questo fastidio che viene da cose passate e sul quale non ho potere, non ne ho mai avuto. Forse è vero che c'è più da temere il passato, con le sue zavorre, che non il futuro.

Quando mi capita di rileggere quello che ho scritto mi sembra - e mi sorprende sempre - di essere riuscita a trovare parole giuste, esatte, per esprimere quello che mi passava per la testa. Sembra tutto così lampante che mi chiedo: "ma perché pensavo di non avere le idee chiare allora?".

Ecco, allora, adesso l'idea che ho è che voglio fregarmene di tutte quelle cose che non sono andate bene e di quelle che non vanno bene. E circondarmi di quelle che mi appagano, che sono reali e non solo immaginazione.

E godermi questo sottile piacere, l'appagamento, che già nel nome in sè ti dà soddisfazione, sembra cioccolato al latte, sembra una carezza...


lunedì 6 luglio 2009

Il diritto alla Rete

Vi segnalo lo sciopero dei blogger, un'iniziativa promossa da alcuni giornalisti e blogger per scioperare martedì 14 luglio contro il disegno di legge Alfano che vuole imporre l'obbligo di rettifica anche ai blog.
Su Diritto alla rete trovate i motivi dello sciopero, l'elenco di chi ha deciso di partecipare e il logo da scaricare e postare sul vostro blog il 14 luglio per dire la "vostra" contro questo attacco alla libertà d'informazione.
PASSATE PAROLA!!!

giovedì 4 giugno 2009

Un Paese e la sua censura

Pare ancora di vederlo, come se il tempo si fosse fermato, se vent'anni non fossero passati, lasciando rughe e cicatrici.
E' uno dei grandi rivoluzionari del Novecento. Pechino, 5 giugno 1989. Un ragazzo di spalle, camicia bianca, pantaloni neri, due sacchetti della spesa in mano. Inerme davanti ai carri armati, lungo la grande via vicino a Tien An Men: quei carri armati che hanno ucciso a raffiche migliaia di ragazzi come lui. "Il ribelle sconosciuto", come titolerà "Time".

Il ragazzo dei carri armati, una sfida, la statua umana della libertà. Il simbolo di un anno formidabile, fatto di uomini che hanno dentro la voglia di cambiare: il Muro di Berlino, sinistro e medioevale, che si accartoccia su se stesso come un rotolo di pergamena, le tavole di Yalta fatte a pezzi, l'Est illuminato da fiaccolate di popolo, gli ultimi panzer con la stella rossa che lasciano Kabul, il comunismo che muore di comunismo, un vero '68, fatto di rivoluzioni vere e non di psicodrammi rivoluzionari, la Grande Storia che ci esplode in faccia e ci insegna che gli imperi, come gli uomini, sono mortali.

Del ragazzo dei carri armati non ci resta nulla. Nessuno conosce il suo nome, nessuno sa se sia vivo né dove sia. "Sono il vento, sono libero come il vento", "Piccolo uomo, grande uomo, uno come noi". Quel ragazzo eravamo noi. Ci ha fatto sognare, credere, soffrire. Poi ha dato le spalle al mondo per sempre. E, forse, è tornato nel vento.


Parto dalle parole di Marco Innocenti sul Sole24Ore (andate a vedere anche il video e gli approfondimenti che accompagnano il pezzo), per parlare di censura e di repressione.
Gli avvenimenti cinesi sono diventati un emblema, per chi ha combattuto, per chi ha taciuto, per chi è nato dopo e li ha visti solo sui libri di storia, ma giusto in queste ora il Governo cinese replica lo stesso atteggiamento: il silenzio, l'oscuramento.
I siti web "in manutenzione", che bugia ipocrita! Gli ex- studenti del 1989 agli arresti domiciliari o in prigione.
La CENSURA - e l'AUTOCENSURA - sono i sintomi gravi di ogni regime politico malato, malato nel senso di antidemocratico, contrario alla libertà di pensiero e d'opinione, contrario alla sua espressione.
Tutti d'accordo, no?
Ma ditemi una cosa, noi che cosa sappiamo di quello che succede, davvero, all'ESTERO?
Noi che cosa sappiamo di come sono le REGOLE, di cosa dicono esattamente e di chi le ha fatte?
Noi siamo davvero SICURI, intendo pronti a metterci la mano sul fuoco (e non solo per modo di dire) di non essere vittime di qualche forma di censura?
Noi lo sappiamo perché EMMA BONINO si è asserragliata negli studi RAI di Saxa-Rubra (a Roma, non su Plutone), dicendo che gli italiani non sanno cos'è il Parlamento Europeo o cosa fa e perché sabato e domenica si va a votare?
Noi lo sappiamo cos'è il PARLAMENTO EUROPEO?
Noi lo sappiamo cos'è un PARLAMENTO e quali sono i suoi compiti?
Noi lo sappiamo da dove il Parlamento prende il suo POTERE?
Noi lo sappiamo dove finisce il DIRITTO e inizia la PREVARICAZIONE?
Noi lo sappiamo che viviamo in un Paese dove la stampa ha DIRITTO E DOVERE a fare tutte le domande che vuole perché questo è l'unico scopo della sua esistenza?
Noi lo sappiamo cosa vuol dire il detto "IL BUE CHE DICE CORNUTO ALL'ASINO"?
Noi lo sappiamo che le BUGIE fanno fare bella figura (si fa per dire...) ma non migliorano il PIL né la democrazia?
Noi lo sappiamo qual è il significato della parola "POPULISMO"?
Ma soprattutto, noi siamo in grado di RISPONDERE?

venerdì 24 aprile 2009

Il G8 dove lo metto?

Riassumendo, s'era detto: il G8 2009 si terrà nell'arcipelago della Maddalena, in Sardegna.
Poi: no, facciamolo a Napoli! Su una bella nave da crociera così non ci sono pericoli (mi chiedo se gli assalti di Greenpeace alle baleniere giapponesi non potrebbero essere replicati?).
E ora, l'ultima: tutti all'Aquila!

ALL'AQUILA???

Dunque, l'Aquila è stata appena colpita da un terremoto che ha raso al suolo abitazioni e ucciso quasi 300 persone.
Questo mi fa pensare che al momento la prima priorità sia la ricostruzione: c'è gente che vive nelle tende, ma non è in campeggio; c'è gente che non ha più un'ospedale, la propria scuola, la casa dello studente; c'è chi ha perso un amico, un figlio, un genitore, un compagno di squadra.
Organizzare un incontro come il G8, richiede non solo trovare una location per la riunione degli 8 "Grandi" e casomai per la cena di gala, ma anche alloggiare e far incontrare i diplomatici e tenere conto della sicurezza (tanto per farsi un'idea, Obama nel suo recente viaggio in Europa è arrivato con uno staff di 500 persone. Un'esagerazione? Può darsi, però in ogni caso va tenute presente che nella migliore delle ipotesi ogni Paese ha una delegazione di decine di persone).
Ecco, se quindi a l'Aquila ora servono case e servizi di base, come si fa a dire che i soldi del G8 serviranno alla ricostruzione che tanto comunque andrebbe fatta?
Il G8, mi pare, non beneficia dell'ospitalità dei privati (sarebbe carino però... "Gordon Brown dormirà sul divano-letto nel soggiorno dei signori Rossi" o "Il premier giapponese Taro Aso pazzo per gli arrosticini della signora Maria").
Tra l'altro, non penso proprio che da qui a luglio, i black-blocks si facciano troppi scrupoli ad andare all'Aquila: non penso li spaventi la possibilità di una nuova scossa (che ovviamente in ogni caso spero non si verifichi!) o si commuovano di fronte alle toccanti immagini del premier italiano ai funerali delle vittime e decidano di 'fare da bravi'.

Dall'altra parte, la Sardegna. Ho letto alcuni commenti dei lettori sul Corriere della Sera secondo cui i sardi "non vogliono mollare i soldi" che sono stati destinati alla costruzione delle infrastrutture per il G8.
Senz'altro è vero che questo evento ha un significato economico non secondario per l'area: l'idea, infatti, è che dopo che gli Stati Uniti hanno lasciato la base militare, costruire nuove infrastrutture e ospitare il G8 fosse una vetrina in grado di incrementare in futuro il turismo.
Personalmente, ho qualche perplessità sull'impatto ambientale di un G8 alla Maddalena: certo potrebbe essere più facile garantire la sicurezza dei capi di Governo e di Stato, ma questo non esclude che si possa protestare lo stesso, magari a Palau o a Olbia.
In ogni caso sono stati stanziati fondi, fatti progetti, assegnati appalti, iniziati i lavori. Già c'è gente che sta lavorando e non è mica con un colpo di bacchetta magica (sì, lo so va molto di moda di questi tempi...) che si pianta tutto a metà e si ricomincia da zero (per non dire meno, visto che questa purtroppo è la realtà) altrove.
Se il sindaco della Maddalena, Angelo Comiti, dice che non è possibile non è perché è semplicemente un egoista in cerca di gloria, ma forse perché qualche ragione pratica esiste.
Per curiosità, se molliamo quello che è stato fatto a metà, poi come lo finiamo? E cosa ne facciamo esattamente? Passiamo direttamente alla 'riconversione'? E con quali soldi?
E poi, se facendo il G8 all'Aquila si risparmia perché si prendono due piccioni con una fava, allora perché non si fa anche l'election-day, tanto per ritornare al punto?

PS: quanto ai sardi, per la cronaca, cominciate a vedere i risultati del vostro voto.

lunedì 20 aprile 2009

Depende... De que depende??

Mentre Londra regala dei bei giorni di primavera (durerà? e quanto?), mi chiedo perché la solita pol(l)itica italiana propone adesso di spendere 400 sonanti milioni di euro per non fare il cosidetto "election day".
L'election day sarebbe il voto per le elezioni europee, amministrative e (teoricamente) per il referendum per abrogare alcune parti dell'attuale legge elettorale (il famoso "porcellum" ideato da Calderoli, Lega Nord, per chi non ricordasse) nella giornata di domenica 7 giugno.
Ora, a onor del vero, noi - che chissà perché dobbiamo sempre essere "speciali" - votiamo anche sabato 6 giugno, mentre nel resto d'Europa il voto è concentrato generalmente in un solo giorno (per la serie: chi vuole andare a votare, ci va e basta), mentre noi che siamo "generosi" scrutatori e presidenti di seggi li paghiamo un giorno in più (eh, sì, se parliamo tanto di risparmiare i soldi pubblici allora mettiamo in conto anche questo).
Il problema del no all'election day - no della Lega Nord - è fondamentalmente dato dal fatto che il referendum abrogativo ha bisogno di un quorum, ossia deve andare a votare almeno il 50% degli elettori perché il risultato sia valido.
Chiaramente se ci sono le elezioni europee e, ancor di più quelle amministrative (= voto locale, quello generalmente più "sentito") è probabile che il quorum del referendum sia raggiunto più facilmente e questo potrebbe voler dire, ad esempio, che i partiti non avrebbero più a disposizione liste bloccate dove candidare chi gli pare o la possibilità di candidare la stessa persona in liste di diverse circoscrizioni (scelta dettata dal fatto che si tratta di una persona conosciuta e che ha molte probabilità di essere eletto/a per poi lasciare il posto al secondo della lista e garantire al proprio schieramento un numero di seggi più alto in Parlamento).
Ribadendo ancora una volta che come al solito la Lega non fa tanto la schizzinosa quando i soldi sono di Roma, quello che non mi piace è che tira aria di "ritirata" da parte del centrosinistra.
Non solo - dicono ormai - si potrebbe fare il 21 giugno (romanticoni, scelgono il solstizio d'estate!), ma addirittura nel 2010. Perché non nel 2012, in coincidenza con le Olimpiadi?? O nel 2011, 150° anniversario dell'Unità d'Italia? (Questa penso non sarebbe comunque un'idea gradita alla Lega...). Oppure... quand'è che cade il prossimo Giubileo??

sabato 28 febbraio 2009

La "verità degli altri"

Finché non ci ho sbattutto il naso, non credo di essermi mai davvero chiesta se e quanto la "religione sia l'oppio dei popoli"?
Quando l'ho fatto, mi sono sempre risposta "è una ca..., la religione la puoi vivere con buonsenso, anzi forse è matura solo quando sei in grado di farti venire dei dubbi".
Oggi me lo chiedo dopo aver passato un paio d'ore a discutere in cucina con il mio coinquilino musulmano.
Siamo partiti dal perché Gerusalemme è importante per i musulmani: non lo sapevo esattamente e gliel'ho chiesto. Così mi ha spiegato che Maometto avrebbe avuto una visione di un cavallo che lo conduceva da Dio e poi Dio portava lui e tutti gli altri profeti in preghiera in una moschea a Gerusalemme (suppongo, da quanto ho capito, che il riferimento sia alla Moschea di al-Aqsa. La "traduzione" dell'esperienza mistica di Maometto è pedestre, lo so, me ne scuso, ma è dovuta al fatto che il discorso si è svolto in inglese, quindi con un po' di difficoltà per entrambi).
"Per questo (per la presenza di tutti i profeti, ndr) - ha continuato - Gerusalemme è un luogo che appartiene a tutte le religioni".
Così da lì siamo passati a parlare del conflitto tra israeliani e palestinesi. Avevo già notato appena arrivata (ma anche parlando con un mio collega di corso pakistano) che gli ebrei sono considerati dai musulmani "responsabili", nel senso di "colpevoli". Le prime volte ho colto il senso di quello che mi veniva detto, ma non ho ribattuto, anche se francamente mi sembra(va) "surreale".
La questione lo sappiamo bene è complicata: non ho intenzione di risolverla scrivendo in fretta quattro boiate, ma vorrei solo rendere il concetto che ho colto.
Dunque, "gli ebrei non dovrebbero stare dove sono" e di conseguenza "è colpa loro, loro uccidono i bambini".
Nota a margine: nella mia ignoranza, faccio appello al pensiero razionale e alla logica (tralasciando la politica) e credo che entrambe le parti abbiano torto e abbiamo ragione.
Il problema è che, a turno o anche contemporaneamente, hanno dimostrato di non volersi mettere d'accordo. Insomma, credo sia diventata una irriducibile questione di principio dove le ragioni vere di ognuno vanno a farsi benedire nel sangue dei morti, palestinesi ed ebrei.
Tornando alla nostra conversazione, dal Medio Oriente siamo passati all'Iraq e velocemente all'11 settembre.
Siamo d'accordo sul fatto che gli Stati Uniti siano andati in Iraq per interessi economici.
Ma come si fa a dire che, visto che gli Usa hanno sbagliato, gli iracheni stavano meglio sotto il governo di Saddam Hussein perché "allora non succedeva nulla"? "Come fai a sapere che Saddam uccideva i curdi o gli oppositori politici?". "Lui era nel suo Stato, mentre gli Stati Uniti hanno invaso e stanno facendo del male".
Oppure: "Come fai a sapere che Bin Laden esiste?".
O ancora: "l'11 settembre 2001 è stato organizzato di sabato così gli ebrei non erano a lavoro" (l'11 settembre 2001- ho controllato, ma se qualcuno legge e ha voglia di controllarlo a sua volta e correggermi se sbaglio - era un martedì).
"L'11 settembre è stato organizzato da persone che non si fanno scrupoli a uccidere altre persone per i propri interessi".
"Come hanno fatto 4 attentatori ha dirottare degli aerei armati solo di coltelli?" (come sopra: a me risulta fossero 19 in tutto).
Infine: "In Arabia Saudita il 100% delle persone vive felice, nessuno ruba, la gente va a pregare cinque volte al giorno e non esistono i gay". C'è stato di persona, mi dice. In un accenno fatto prima di iniziare tutto questo discorso mi ha anche detto: "In Arabia Saudita non esistono i poveri". Nessuna risposta in materia di pena di morte.
Ora, è chiaro che qui non c'è contradditorio e quindi il mio coinquilino non può dire la sua (soprattutto per questioni linguistiche), ma raccontando di questa conversazione non sto cercando di farmi dare ragione (sarebbe persino troppo facile, credo).
Lui è nato e cresciuto in Europa, a Parigi, e se non ci si addentra in questo genere di discorsi non è una persona diversa da nessun altro giovane europeo tra i 25 e i 3o anni.
Non mangia carne di maiale, ma se ha voglia si beve una birra (e, please, nessun moralismo).
Lui dice "io vorrei che nel mondo ci fosse giustizia, chi è d'accordo con questa idea per me è benvenuto e non conta che sia musulmano, ebreo o cristiano".
Lui però mi dice anche che "crede che le uniche cose davvero giuste siano le parole che Dio ha lasciato scritte. Quindi tu puoi uccidere qualcuno che ha ucciso e non avere nulla da temere perché questo è autorizzato da Dio, come è scritto nel Corano".
La verità è che io sono shoccata perché mi sono trovata davanti alla "verità degli altri" e mi sono resa conto che cose che noi diamo per certe o che sono per noi aberranti, per altre persone (e non in qualche remoto angolo del deserto) sono, all'opposto, altrettanto aberranti o certe.
La mia educazione, il mio modo di pensare, il mio modo di dubitare sussultano malamente di fronte a questi discorsi. In certi momenti non sapevo se ridere, piangere o mandarlo a quel paese. Non credo nelle crociate, ma mi vengono i brividi al pensiero di tutti questi discorsi.
La cosa che più mi ha fatto reagire era la sicurezza che mostrava nel sostenere con sicurezza che l'11 settembre è un complotto ebreo-americano o che i gay non sono "naturali" (oh, non che dalle nostre parti ce la passiamo così tanto meglio...).
Mi ha anche detto "Noi non abbiamo la parola democrazia e per questo io non ci credo".
Poco tempo fa ho finito di leggere Infedele, la biografia di Ayaan Hirsi Ali, la sceneggiatrice di Submission, un corto sull'Islam girato dal regista olandese Theo Van Gogh nell'agosto 2002. Per via del film, che parla della violenza contro le donne praticata in nome dell'Islam, Van Gogh è stato ucciso ad Amsterdam due mesi dopo, nel novembre 2002.
Il libro mi ha colpito molto proprio perché, attraverso la sua esperienza (che è quella di una che ha provato a crederci, a sottomersi) Ayaan Hirsi Ali arriva a concludere che l'Islam è arretrato e incompatibile con la democrazia.
Il discorso è palesemente pesante e raccontato fuori dal contesto del libro potrebbe far pensare che lei sia una pazza xenofoba: personalmente non ho tratto questa impressione dal libro, poi ognuno è libero di giudicare come crede.
La verità è che credo che quello che pensa il mio coinquilino non sia un'eccezione, magari non riguarderà il 100% dei musulmani, ma non penso sia un'eccezione.
Possiamo liquidarla, come lui ha detto a me a proposito del mio modo di vedere, come un effetto della "disinformazione mediatica di parte?".

sabato 7 febbraio 2009

Leggo cose che voi umani non vorreste neanche immaginare

Mi sveglio una mattina e inizio a preoccuparmi. Accendo il computer e inizio a navigare su Internet e leggo "cose che voi umani non potreste (o non vorreste??) neanche immaginare".
Leggo che ho la cittadinanza in un Paese in cui il Governo ieri ha cercato di fare un decreto legge in aperto contrasto con una sentenza della Corte di Cassazione, terzo e ultimo grado di giudizio del nostro sistema giudiziario, le cui decisioni generano quelle che tecnicamente si chiamano "sentenze passate in giudicato", ossia non più appellabili, ma da rispettare e applicare.
Leggo che quando il Presidente della Repubblica, garante della Costituzione, ha rifiutato di firmare il decreto, la risposta del capo del Governo è suonata all'incirca come "andiamo avanti comunque e, se necessario, cambiamo la Costituzione".
Leggo, tra le righe (ma neppure troppo), che questo è insieme un atto di piaggeria alle gerarchie vaticane (e non ai credenti, sia ben chiaro) motivato da fini politici e un atto di eversione nei confronti della democrazia esistente e della Costituzione.
Leggo spregio e mancanza di vera sensibilità nei confronti delle persone intorno alle quali si sta giocando questa battaglia politica: la loro vicenda personale, umana, medica ed etica - secondo me - non solo non è nemmeno lontanamente considerata, ma è manipolata.
Di fronte a una cosa così, vorrei leggere dove e come rinunciare alla cittadinanza di questo Paese per prenderne un'altra in uno, ugualmente imperfetto (perché la perfezione non esiste da nessuna parte), ma che almeno, piuttosto che prendersi in giro, cerca in qualche modo di migliorarsi.

Per chi è interessato, questo è l'appello promosso dall'associazione Giustizia e Libertà a sostegno della democrazia nel nostro Paese.

sabato 6 dicembre 2008

Invece no

Ci sono 2,7 chilometri tra casa mia e gli stabilimenti della ThyssenKrupp di Torino. Trentratrè minuti a piedi, sei minuti se volessi andarci in macchina, ventitrè se prendessi un autobus. Sì, un autobus, perché questa è una storia di vita quotidiana.
Sette persone, un anno fa, erano andate a lavorare, come altre notti, con gli stessi mezzi di sempre, con prospettive - peraltro negative - di sempre.
Io non ho nulla da aggiungere sulla cronaca di quello che è successo. Posso solo ricordare e allora mi viene in mente quando ho sentito al tg la notizia e ho avuto la sensazione, brutta, un brivido "nero", che fosse successa una cosa davvero grave. Mi ricordo nei giorni seguenti, leggendo i giornali, facevo il tifo, stringendo i denti, per chi era in ospedale: "Ce la devono fare, ce la devono fare".
Invece no. Se qualcuno fosse riuscito a salvarsi, questo avrebbe messo a posto le coscienze di molti. "Sì, è grave" si sarebbe detto, ma sarebbe stato più "digeribile".
Invece no.

sabato 22 novembre 2008

Breve riflessione sul "giornalismo de noantri"

Stamattina quando ho letto la notizia della morte di Sandro Curzi, ex direttore del Tg3 tra le altre cose che ha fatto nella sua vita, mi ha colpito questa cosa: lui era un militante di partito che faceva il giornalista. Il che mi stona perché la sua autorevolezza (in buona parte) gli derivava dal manifestare un'ideologia.
Credo che da noi sia molto più un caso chi "non appartiene" (ammesso che venga preso sul serio perché una sana dose di dietrologia non manca mai) del contrario. Il che, francamente, mi sembra malato. O forse è per questo che facciamo fatica a renderci conto di cosa è un conflitto di interessi.

mercoledì 10 settembre 2008

La riforma nascosta della giustizia in quel patto tacito Ghedini-Violante di GIUSEPPE D'AVANZO

È l'uovo di Colombo. Che cos'è un pubblico ministero senza polizia giudiziaria? Più o meno, niente. Un corpo senza braccia. Una toga nera che cammina. E allora se, nella scelta e nell'avvio dell'esercizio dell'azione penale, si toglie all'accusa la collaborazione della polizia; se si attribuiscono alla polizia i poteri che oggi sono del pubblico ministero (dalle notizie di reato alla direzione delle indagini), il gioco è fatto.

Quel che oggi appare una faticosa (e ardua) ascesa alle vette di una riforma costituzionale diventa, più o meno, una quieta passeggiata in riva al mare. Un percorso legislativo ordinario e svelto che, senza troppo clamore e piazze Navona, altera gli equilibri costituzionali più di quanto possa fare una risicatissima riscrittura della Costituzione.

La "riforma della giustizia" (o meglio lo scontro ideologico tra politica e magistratura) ha già un suo compromesso concreto, rapidamente realizzabile e già per buona parte condiviso. L'abolizione di qualche parola in due articoli del codice di procedura penale consente alla politica di ottenere, senza "guerre di religione", quel che dai tempi della Bicamerale è apparso alla politica una chimera: il controllo dell'azione penale e l'attenuazione dei poteri del pubblico ministero a vantaggio dell'esecutivo.

Come si sa, la riforma ha un'agenda autunnale già annunciata dal ministro della Giustizia Alfano: riforma del processo penale e civile e, poi, interventi costituzionali che muteranno il ruolo del Csm, l'obbligatorietà dell'azione penale, la separazione delle carriere. E' un'agenda, per la prima parte (riforma del processo), condivisa anche dall'opposizione che vuole rendere concreta la ragionevole durata del processo e più efficiente (finalmente efficiente) la macchina della giustizia. Ma, a saper ascoltare Luciano Violante e Niccolò Ghedini - le vere "teste d'uovo" protagoniste di questo minimalismo al tempo stesso riformista e rivoluzionario - è sufficiente già il riordino del processo penale per raccogliere qualche desideratissimo risultato. L'accordo non è segreto. Il compromesso è lì alla luce del sole e basta soltanto unire i punti per vederne il disegno.

Chiedono a Violante della separazione delle carriere (2 settembre, il Giornale). Curiosamente, prima di dirsi contrario alla separazione, Violante ragiona a lungo (in apparenza c'entra come il cavolo a merenda) sulla "confusione tra attività di polizia e attività del pm". Per concludere: "Il ruolo della polizia è stato schiacciato dal ruolo del pm. Bisogna tornare ai principi della Costituzione: la polizia da una parte e il pm dall'altra, ciascuno con proprie attribuzioni". E' una stravaganza il richiamo alla Carta. Come se le "attribuzioni" delle polizie fossero prescritte dalla Costituzione che, al contrario, all'articolo 109 recita: "L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria".

A stretto giro (3 settembre, il Giornale), risponde a Violante Niccolò Ghedini. Tecnico sapientissimo, di fatto il Guardasigilli, scorge il varco. Dice: "Sono d'accordo sulla necessità di valorizzare il lavoro della polizia giudiziaria rendendolo più autonomo da quello del pm. L'accordo si può trovare in tempi brevi". Si può immaginare che l'avvocato e consigliere di Berlusconi sfoggi uno dei suoi sorrisi, quando si lancia nella difesa dell'obbligarietà dell'azione penale ("La manterrei"). Ghedini sa che, liberata la polizia giudiziaria dalla dipendenza al pm, non vale più la pena occuparsi dell'obbligatorietà dell'azione penale che sarebbe già fritta. Vediamo perché.

Oggi (art. 327 del codice di procedura penale) "il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria che, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, continua a svolgere attività di propria iniziativa". Se si cancellano le parole in corsivo la norma diventa: "La polizia giudiziaria, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, svolge attività di propria iniziativa". Il pubblico ministero perde la direzione delle indagini mentre la polizia guadagna la sua libertà. Come chiunque comprende, la variazione non è neutra e senza conseguenze. Il pubblico ministero è indipendente dal potere politico e "soggetto soltanto alla legge", mentre il poliziotto è un funzionario dello Stato che risponde agli ordini di un ministro e alle scelte politiche del governo. Una seconda "correzione" accentua la discrezionalità della polizia e la distanza dal pm.

Articolo 347 del codice di procedura di penale: "Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria, senza ritardo, riferisce al pubblico ministero". Se cade il corsivo ("Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria riferisce al pubblico ministero") l'intero gioco investigativo finisce nelle mani delle forze dell'ordine. Lo scenario diventa questo. Le polizie raccolgono la notizia di reato; fanno i primi accertamenti; ne possono valutare protagonisti, modalità e conseguenze. Informare la catena gerarchica e il governo. Decidere quando e come informare il pubblico ministero.

Non si può escludere che, nelle occasioni meno gradite o imbarazzanti per il potere politico o economico, la comunicazione possa avvenire fuori tempo massimo quando i buoi sono già scappati dalla stalla o quando diventa difficile raccogliere coerenti e tempestive fonti di prova per accertare reato e responsabilità. (Naturalmente sempre possono esserci pressioni sulla polizia giudiziaria per "aggiustare" le indagini, ma la dipendenza dal pubblico ministero protegge i funzionari dello Stato dalle gerarchie e dai governi).

Come si può comprendere, grazie a poche parole soppresse in un codice, giustizia e processo muterebbero. Sarebbe il governo a decidere, attraverso le polizie, quale fenomeno criminale aggredire e quali affari penali indagare. La separazione della polizia giudiziaria dal pubblico ministero risolve all'origine molte questioni cui la politica non ha trovato soluzione nel corso del tempo. L'obbligatorietà dell'azione penale sarebbe sterilizzata.

Oggi nella disponibilità delle procure, l'inizio dell'azione penale viene consegnata al governo che può selezionare quando, come e contro chi esercitare l'azione, attraverso la notizia di reato raccolta dalla polizia giudiziaria e i tempi di comunicazione alle procure. L'indipendenza del pubblico ministero sarebbe marginalizzata. Decretata la sua autonomia nelle indagini, sarà il poliziotto a decidere del lavoro soltanto formalmente indipendente del magistrato trasformando il pubblico ministero in "avvocato della polizia".

Un "avvocato" che mette le sue competenze tecniche al servizio di un'accusa preconfezionata in questure e caserme che lavorano alle dipendenze e con gli input del governo. La soluzione può essere gradita a larga parte del mondo politico (è un errore sottovalutare l'influenza e le connessioni di Violante nell'opposizione e nelle istituzioni) e peraltro Silvio Berlusconi non ha mai fatto mistero di volerla ad ogni costo. Forse, l'avrà. Senza tanti ghirighori costituzionali, la quadra - come l'uovo di Colombo - è lì a portata di mano. In poche parole da cancellare con un tratto di penna.

(da Repubblica.it, 10 settembre 2008)

lunedì 18 agosto 2008

Gabbiani

Avete presente i gabbiani stupidi del film Alla ricerca di Nemo? Quelli che vanno in giro saltellando come polli e ripetendo "Mio!" all'indirizzo di qualunque cosa abbia l'aria di essere cibo?
Be', ecco, mi volevo soffermare a riflettere su quei bipedi che si comportano più o meno allo stesso modo, con la differenza che l'unica cosa che sanno dire è: "Io!". Con lo stesso identico petulante ripetitivo suono. Questi esseri, innamorati di se stessi oltre ogni misura, e molto meno del loro prossimo - checché ne dicano - vivono in perenne adorazione del proprio ego, ma - secondo me - sono pure un po' masochisti (o forse èpiù corretto dire sadici, visto quanto rompono i maroni al loro sfortunato prossimo?) perché, siccome ogni mezzo è buono pur di stare al centro dell'attenzione, si sentono e si definiscono pubblicamente come le vittime delle ingiustizie umane, della cattiveria e dell'incomprensione del prossimo. Come si può non capire il loro genio? La loro superiorità morale ed intellettuale in ogni campo? La loro assoluta buonafede che li esime da ogni responsabilità anche nelle più nefande vicende?
In realtà, c'è un aspetto utile anche nella loro vanesia inutilità. Ti insegnano che un ego spropositato non potrà mai essere veramente umile e comportarsi in maniera sincera, amorevole e disinteressata verso il suo prossimo. In fondo, per queste persone, gli altri non sono che specchi nei quali riflettere le proprie presunte qualità, nella speranza che le confermino. Ciò che li frega è che ritendoli specchi, li ritengono altrettanto stupidi rispetto a ciò che riflettono. E questo è ciò che li tradisce, che svela il gioco all'incauto che si è fidato.
Di contro, esistono altri bipedi che dal confronto con i primi, escono esaltati. Sono quelli come Scuttle, il gabbiano stonato e pasticcione del film La Sirenetta. Sono quei bipedi che non sono mai perfettamente azzimati rispetto al contesto in cui si trovano, che viaggiano sul binario di un'originalità che non è esibizionismo ma piuttosto tentativo (non sempre riuscito, è difficile, si sa) di essere fedeli a se stessi. Sono quelli che, in fin dei conti, dimostrano di saper essere sinceri e leali, persino oltre le aspettative a volte.
Sono gli Scuttle che ti permettono di gustarti meglio la vita perché loro dimostarno di sapere qual è il background che conta, al di là delle situazioni e delle difficoltà contingenti.
Un altro pregio degli Scuttle è che in genere, durano. Dal momento in cui li incontri, può passare molta acqua sotto i ponti, ma ci sono buone probabilità che li ritrovi e ti sembra di non averli lasciati da troppo tempo. Un vero Scuttle, poi, non perde mai il suo smalto.
Un buon "raaaaaaaaaaaa, raaaaaaaaaaaaaaaa, raaaaaaaaaaaaaaaaaaaw!" a tutti gli Scuttle, allora!;-)

domenica 17 agosto 2008

Lingue biforcute

Tra i meritevoli obiettivi che il governo in carica si prefigge, c'è anche la battaglia delle lingue a Bruxelles.
La questione è semplice: l'esecutivo italiano vorrebbe che alla conferenza stampa quotidiana ci fosse anche la traduzione in italiano, tutti i giorni e non solo il mercoledì (giorno in cui si riunisce la Commissione e in sala stampa sono presenti i traduttori per tutte le 23 lingue ufficiali). La traduzione nell'idioma nostrano, dovrebbe poi essere garantita in tutte le riunioni di qualunque natura, pena l'abbandono da parte degli italiani del tavolo dei lavori.
Ora, è pur vero che le lingue più utilizzate nelle istituzioni Ue sono il francese e l'inglese, seguite dal tedesco. Tuttavia, va detto che in tutte le occasioni importanti (cioè un buon 80% degli eventi a cui mi è capitato di assistere, come conferenze stampa dei commissari e riunioni delle commissioni parlamentari, per non parlare poi delle conferenze stampa della presidenza al termine delle riunioni dei consigli dei ministri e del Consiglio europeo) sono tradotte in tutte le lingue dei 27 Stati membri. Inoltre, nel giro di qualche ora vengono fornite le versioni dei comunicati stampa in tutte le lingue riconosciute.
Qualcuno ha anche sottolineato come meritorio il fatto che il commissario europeo ai Trasporti, Antonio Tajani, abbia voluto che il proprio gabinetto lavori in italiano. E dire che, seppure con spiccato accento nostrano (e questa non è una colpa), lui il francese lo parla. Perché, allora, dare vita a siparietti degni di un "bar sport" e, in conferenza stampa, parlare in italiano con i giornalisti italiani? Stuzzicando il corrispondente di un quotidiano spagnolo che, intervenendo, ha esordito dicendo: "Allora, adesso la mia domanda la faccio in spagnolo...". Sarà perché pure Zapatero sembra voler sposare la causa delle lingue meditarranee e "trascurate"?
In attesa dell'Aventino a 12 stelle (su sfondo blu), dico io, perché non imparare le lingue straniere invece di tentare battaglie pretenziose e inutili? D'altra parte, se servono a un giornalista - indipendentemente dal fatto che lavori a Bruxelles - allo stesso modo servono a un europarlamentare (euro, appunto) e a un funzionario che lavora nelle istituzioni europee (europee, appunto).
Infine, l'Italia non conta meno in Europa, rispetto alle origini dell'Ue, perché vi si parla (relativamente) poco italiano. Se debacle è, i motivi sono ben altri.

giovedì 14 agosto 2008

Silenzi rumorosi

IL VATICANO PRENDE LE DISTANZE DA FAMIGLIA CRISTIANA CITTA' VATICANO - Il Vaticano prende le distanze da "Famiglia Cristiana" e dai suoi scontri con il governo.

Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha precisato stamane che il settimanale dei Paolini "non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana".
''Il settimanale 'Famiglia Cristiana' - ha spiegato padre Lombardi - e' una testata importante della realta' cattolica ma non ha titolo per esprimere ne' la linea della Santa Sede ne' quella della Conferenza episcopale italiana''. ''Le sue posizioni - ha aggiunto - sono quindi esclusivamente responsabilita' della sua direzione''.
Nei giorni scorsi si era infiammato il confronto politico con le accuse di ''cattocomunismo'' lanciate al settimanale da esponenti del centrodestra per le critiche espresse soprattutto sulla sicurezza e impronte ai rom. Il periodico paolino si era augurato che ''non sia vero il sospetto'' che in Italia stia rinascendo il fascismo ''sotto altre forme''.
(ANSA)

Questo per precisare, a chi non lo ricordasse, che i rispettivi organi di stampa sono L'Osservatore romano e Avvenire. E non sia mai che prendano posizione quando sarebbe il caso...

martedì 29 luglio 2008

Segnalazioni (ahimè!)

BRUXELLES - Ne approfitto per segnalarvi due post interessanti scritti da Marco Zatterin, corrispondente della Stampa a Bruxelles.
Il primo s'intitola 'La domanda provocona' e racconta una curiosa(?) storia di (purtroppo) ordinaria arroganza.
Il secondo, invece, è 'Il carroccio romeno' di cui vi invito a leggere con attenzione i commenti, dimostrazione (ahimè, appunto) di che genere di reputazione goda l'apertura mentale in Italia. Rifacendomi a uno di questi commenti, ci terrei a sottolineare come concordo sul fatto che le regole devono essere rispettate da tutti, cittadini di nascita e acquisiti. Ma ci sono regole e regole. E soprattutto, un Paese in cui l'aspirazione più diffusa sembra essere proprio quella di essere "l'uomo medio(cre)", credo debba farsi, prima di tutto, un serio esame di coscienza.

lunedì 28 luglio 2008

Stupidity fair

«Il rischio di prendere chili? Dipende dalle porzioni»
«Risotto e polenta fanno bene»
Il ministero lancia la dieta padana

Martini, sottosegretario alla Salute: «Non tuteliamo soltanto i piatti mediterranei»

ROMA — Riso, patate, radicchio trevigiano, asparagi, carne alla griglia, mele e pere e un piatto su tutti: la polenta. Bianca se accompagnata al pesce. Gialla se sposata con funghi e formaggi sciolti. Cibi base della dieta padana. Che adesso il sottosegretario al ministero del Welfare, Francesca Martini, vuole proporre in alternativa alla mediterranea, candidata a diventare patrimonio culturale dell'Unesco secondo una mozione parlamentare bipartisan.

Da veronese doc, amante delle tradizioni della sua terra, preoccupata di non disperdere il patrimonio gastronomico del Nord, lei crede davvero al valore nutrizionale e salutare del mangiare leghista. E non poteva essere diversamente considerata anche la consuetudine con la cucina lumbard. «Non è certo per le mie origini né per le idee politiche che intendo promuovere questo tipo di alimentazione. Credo nel valore nutrizionale e salutare della dieta federalista», torna seria dopo aver raccontato il menù gustato l'altra sera a Oppeano, nella Bassa veronese, ad una delle feste del partito di Bossi: risotto al tastasal (cioè con salsiccia spezzettata), grigliata con polenta.

Non le sembra che un'impostazione del genere appare il contrario di quella canonicamente raccomandata per stare bene e calare di peso? Il sottosegretario non demorde: «Dipende dalle porzioni. Se moderato, trovo sia un buon regime dietetico, mai disgiunto ricordiamolo dall'esercizio fisico. Non particolarmente grasso, basato su cibi di qualità, su prodotti del territorio, sicuro grazie alle modalità con cui è stato lavorato e trasportato. Perché esportare solo il modello della mediterranea? Io promuoverò la padana. Non è giusto dimenticare l'altra metà del Paese». Proprio la scorsa settimana sul New England Journal of Medicine è stata pubblicata una ricerca condotta dal centro israeliano di Beer Sheva in collaborazione con l'ospedale universitario Leipzig di Boston. A confronto tre diete: la prima povera di zuccheri (niente pane, pasta, riso, dolci), la seconda povera di grassi (no a burro, olio, insaccati, formaggi, carne grassa per un massimo di 1800 calorie al giorno). E infine la mediterranea (frutta, legumi, pesci, proteine di origine preferibilmente vegetale). Le hanno provate per 2 anni circa 320 persone obese o in sovrappeso. Il dimagrimento più sensibile è stato ottenuto con la dieta senza zuccheri, seguita a ruota dalla mediterranea. «Non dico che non sia valida — chiarisce la Martini —. Però non dobbiamo fossilizzarci. In Italia non c'è bisogno di proibire», aggiunge richiamandosi al governatore Arnold Schwarzenegger che in California ha vietato il consumo nei ristoranti dei grassi perniciosi, presenti soprattutto in margarina e olio da frittura: «Lo inviterò a una festa della Lega. Sui grassi nocivi ho chiesto un parere all'agenzia europea».

Margherita De Bac
Corriere della Sera - 28 luglio 2008

venerdì 25 luglio 2008

Guardiamoci da fuori

...visto che proprio, farci un esame di coscienza non sembra possibile... (tratto dalla newsletter di Internazionale.it)

VISTI DAGLI ALTRI
La triste democrazia italiana.
È uno spettacolo indecoroso: il senato italiano ha
approvato una legge che concede l'immunità alle quattro più
importanti cariche dello stato. L'immunità non riguarderà i
reati di alto trdimento e di attentato alla costituzione e
sarà estesa per l'intera durata del mandato. La legge, il
cosiddetto "lodo Alfano", prevede la sospensione anche per
i processi cominciati prima che il capo dello stato, il
premier e i presidenti di camera e senato entrassero in
carica. Ci si chiede come un popolo così maturo possa
tollerare un simile orrore.

Diario de León, Spagna

giovedì 10 luglio 2008

Non fateli lavorare!

Ordine dei giornalisti: no agli stagisti in produzione

Il Comitato Esecutivo del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ribadisce che gli stagisti delle scuole di giornalismo non possono essere utilizzati in alcun modo in produzione, né tanto meno impiegati al posto di personale mancante.

Anzi, il nuovo “Quadro di Indirizzi” dispone l’apertura di procedimenti disciplinari nei confronti di quei responsabili giornalistici, dai direttori ai capi settore, che utilizzino gli stagisti in maniera impropria.

Per questa ragione, si invitano i Comitati di redazione a vigilare sulle situazioni in atto e a segnalare tempestivamente all’Ordine, con precise indicazioni, tutte le eventuali violazioni per le opportune, immediate iniziative. (2 luglio 2008)


Ecco che cosa dice di noi, praticanti, regolarmente iscritti a un'Ordine regionale - e quindi paganti - l'Ordine nazionale dei giornalisti: non fateli lavorare!

Ma la cosa interessante che vorrei sottolineare è che gli stagisti che non possono lavorare sono solo quelli che provengono dalle scuole di giornalismo, cioè gli unici che, essendo praticanti giornalisti - avrebbero titolo a farlo.

Nelle redazioni non è raro incontrare stagisti che provengono invece dall'università (se non stagisti recuperati in modi vari ed eventuali), che non sono iscritti come praticanti e che lavorano (o stanno a guardare, a seconda dei casi) con lo stesso titolo con cui lo facciamo noi.

Non intendo partecipare o anche solo sponsorizzare una guerra tra poveri, quale potrebbe essere quella tra gli stagisti praticanti provenienti dalle scuole di giornalismo e gli stagisti provenienti dalle università. Quello che voglio sottolineare è l'assoluta mancanza di considerazione che l'Ordine nazionale dimostra di avere per quelle che dovrebbero essere le nuove leve della professione.

Io sono convinta (e l'ho scritto giusto un paio di post fa) che in Italia manchi totalmente una cultura di insegnamento del mestiere di giornalista. Si impara nelle redazioni, punto e basta. Non c'è tempo e spazio neppure per discutere. Questo dicono molti - troppi - di quelli che sono "arrivati". Chiaramente non vale neppure la pena chiedere a qualcuno che ha fatto l'esperienza di frequentare una scuola che cosa ne pensa. Allo stesso modo non vale minimamente la pena chiedersi "e come si fa a entrare in una redazione?", specie di grosse dimensioni, se non tramite una scuola? Non mi soffermo neppure su altri tipi di "corridoi"...

Quello che comunque mi indigna è il fatto che l'Ordine nazionale diffondendo questi comunicati dimostra di non voler "allevare" giornalisti con un minimo di preparazione culturale, unita all'esperienza maturata sul campo. Dimostra semplicemente di non aver nessuna fiducia - perché non ha nessuna conoscenza in merito - in quello che si fa all'interno delle scuole. Quest'anno sono state fatte delle ispezioni e sono trapelate notizie (che poi l'Ordine ha rapidamente smentito) su classifiche relative alle scuole stesse: i risultati, concedendo pure il beneficio del dubbio sul fatto che fossero o meno veri, erano perlomeno sorprendenti.

Da questo mi sembra possibile dedurre che è più comodo riconoscere praticantati di facciata (perché questo succede in molte piccole redazioni locali, dove a turno i redattori sono assunti come praticanti per poter poi accedere all'esame di Stato; e si badi che solo 1 su 5 dei candidati all'esame di Stato arriva da una scuola di giornalismo), piuttosto che tentare di definire una strada univoca, selettiva e meritoria per accedere a questo lavoro. Eh sì, selettiva perché viste le condizioni del mercato, in questo caso, ritengo necessario e corretto formare un certo numero di futuri giornalisti "con la testa avvitata sul collo", come si dice, piuttosto che permettere a chiunque e per vie quantomai varie e fantasiose di occupare un posto in una redazione senza aver sufficiente cognizione di causa di come vanno le cose nel mondo.

Un'altra forma di casta? No, io dico di no. Quello che chiedo è un modo serio di accedere alla professione. Perché quello che vedo da parte dell'Ordine e, spesso anche da parte dei colleghi che incontro nelle redazioni, è solo una scarsa considerazione delle nostre capacità e della nostra professionalità. Qualcuno mi spiega gentilmente che cosa ho io di diverso da un praticante che ha un contratto, oltre a non ricevere uno stipendio? Qualcuno è per caso in grado di dimostrare scientificamente e inoppugnabilmente che un praticante che viene da una scuola ha minore potenziale, minore cultura o minori capacità rispetto a un redattore con contratto da praticante?

Potevo anche capire che il sindacato ci remasse contro perché capita che gli stagisti, praticanti e non, sostituiscano colleghi in ferie o colleghi che non ci sono proprio, ma da un Ordine che ha il compito di tutelare la categoria e soprattutto quel bene intrinseco che è l'informazione, mi aspetto ben altro che comunicazioni come quella che qui sopra.

E poi, per finire, sfatiamo un mito: nelle scuole di giornalismo, non si va a perdere tempo - non in quella che ho frequentato perlomeno -, non si fa la ricreazione come alle elementari e nemmeno le gite di istruzione. Quindi smettetela di guardarci come bambini che giocano a fare i giornalisti. Pago le tasse di iscrizione all'albo tanto quanto voi, miei cari colleghi (perché, sì, lo siamo ormai). E non sono nemmeno tutelata.


giovedì 3 luglio 2008

Roma, 8 luglio, manifestazione in piazza Navona. Passaparola!

Rilancio l'appello dal sito di Micromega. A voi la palla, anzi il girotondo! ;-)

Care concittadine e cari concittadini,
il governo Berlusconi sta facendo approvare una raffica di leggi-canaglia con cui distruggere il giornalismo, il diritto di cronaca e l’architrave della convivenza civile, la legge uguale per tutti.

Questo attacco senza precedenti ai principi della Costituzione impone a ogni democratico il dovere di scendere in piazza subito, prima che il vulnus alle istituzioni repubblicane diventi irreversibile.

Poiché il maggior partito di opposizione ancora non ha ottemperato al mandato degli elettori, tocca a noi cittadini auto-organizzarci. Contro le leggi-canaglia, in difesa del libero giornalismo e della legge eguale per tutti, ci diamo appuntamento a Roma l’8 luglio in piazza Navona alle 18, per testimoniare con la nostra opposizione – morale, prima ancora che politica – la nostra fedeltà alla Costituzione repubblicana nata dai valori della Resistenza antifascista.

Vi chiediamo l’impegno a “farvi leader”, a mobilitare fin da oggi, con mail, telefonate, blog, tutti i democratici. La televisione di regime, ormai unificata e asservita, opererà la censura del silenzio.

I mass-media di questa manifestazione siete solo voi.

On Furio Colombo
Sen. Francesco Pardi
Paolo Flores D’Arcais