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mercoledì 17 novembre 2010

Vengo via con te


Anche per dare finalmente retta al “povero” Rob Brezsny, l'oroscopista di Internazionale, che un paio di oroscopi fa mi diceva che dovevo comunicare quello che pensavo, ritorno a scrivere. E lo faccio anche perché spinta da una paio di fatterelli su cui si sono sprecate chiacchiere e polemiche. Come è facile immaginare, per chi mi conosce un po' e magari mi legge, il programma di Fazio e Saviano, Vieni via con me, mi piace, lo seguo con interesse e mi ha incuriosito fin dal suo annuncio.
Dopo la seconda puntata, quindi, ho pensato che avevo voglia di scrivere quello che penso su alcuni aspetti. Primo: Saviano. Marco Travaglio l'ha criticato (“datti una spettinata”, ha scritto sul Fatto) e qualcuno – con infantilismo tutto italiano – ha detto che Travaglio è geloso.
Io invece penso che Saviano sia una persona che ha il mio più profondo rispetto, una giornalista e un autore capace, un ragazzo di 32 anni che vive con la scorta. Gli riconosco molte capacità e moltissimo coraggio, ma non mi aspetto che sia onnipotente. La trasmissione sui libri che aveva fatto sempre con Fazio nel 2009 era molto ben riuscita; qui, specie nella prima puntata, è apparso un po' legato. Ma non mi stupisce: forse la televisione non è il suo mezzo (anche se credo che il discorso sul codice d'onore delle mafie della seconda puntata sia stato interessante e ben espresso). Ma, tornando alla tv, è mica una colpa non essere bravi a fare tv così come a scrivere? Per me, no. Conta più il contenuto e sono convinta che da questo punto di vista Saviano abbia da dire cose che forse non abbiamo ancora sentito.
Secondo: riguardo poi a quello che ha detto, mi sorprendo del risentimento del ministro dell'Interno Roberto Maroni. Non mi pare che il tono fosse di un'accusa personale al ministro. Non è la prima volta che Saviano – ma prima di lui, lo dimostrano le indagini – dice che la malavita non guarda le tessere di partito. Destra o sinistra, chi si fa comprare, è acquistabile. Ragion per cui: può Maroni essere certo che nessuno della Lega si sia fatto tentare?
Terzo: questa mattina ho sentito un pezzo, il finale, della rassegna stampa di RadioTre, condotta da Luca Telese. Un ascoltatore gli ha chiesto se Saviano, citando un consigliere regionale lombardo della Lega che, pur non indagato, risulta aver incontrato un esponente della 'ndrangheta che gli chiedeva dei favori, non avesse messo in atto quello stesso meccanismo del fango di cui aveva parlato nella prima puntata di Vieni via con me. Partendo da un piccolo fatto, diceva Saviano, si infanga la persona. Telese, dopo un attimo di pausa, gli ha risposto: “Sì, se la mette in quest'ottica, le do ragione”. Io invece dico di no: la differenza sta nel fatto che la macchina del fango – questo è il discorso fatto da Saviano – parte da un piccolo fatto privato. Ora, la richiesta di favori a un amministratore pubblico non mi pare risulti nell'ambito dei fatti privati: non è insomma come indossare un calzino azzurro.

giovedì 3 dicembre 2009

Fatti

Leggendo su Internet alcuni articoli usciti sul Fatto Quotidiano ho iniziato a pensare quanto in Italia (e da parecchio tempo, ormai) si sia arrivati al punto di non dire, non scrivere i fatti per non apparire politicamente scorretti, schierati, frustrati invidiosi del potere e dei soldi e via discorrendo.
Il problema, giornalisticamente parlando e non, è che sembra che non sia possibile raccontare i fatti, senza voler dare ragione a qualcuno, senza voler sostenere qualcuno. Come se i fatti fossero solo degli "orpelli" strumentalizzabili secondo necessità, non fatti con un valore intrinseco.
È vero che questo è spesso, per non dire quasi sempre, il modo in cui si fa giornalismo in Italia: prendi un fatto e strumentalizzalo. Tirane fuori quello che più ti fa comodo e poi chi vivrà vedrà. Rara la volta che ci sia qualcuno che si prende la briga di fare le pulci a quel che legge, quindi la malafede resterà impunita.
Bene: io penso che si sia fatto credere - a giornalisti, lettori, editori, parlamentari, tirapiedi, lustrascarpe, medici, salumieri...(categorie a scelta, tendenti a infinito) - che strumentalizzare i fatti fosse l'unico modo di utilizzarli, se non quasi la "missione", del giornalismo italiano.
Bene, ripeto: si è fatto credere.
Da questa credenza deriva il fatto che anche chi ogni tanto prova a chiedersi qual è il fatto, spesso poi si domanda anche (non c'è bisogno di essere giornalisti): "ma faccio bene o no a scriverlo? a parlarne? a dichiarare pubblicamente come la penso?".
Potete anche non rispondere a voce alta (ugualmente non c'è bisogno di essere giornalisti), ma guardatevi dentro e rispondete a voi stessi.
Una seconda conseguenza è che quando si scrivono i fatti, quei fatti stessi sono discreditati. Chi li ha scritti, chi ne ha parlato, lo ha automaticamente fatto per conto di qualcuno. Non c'è via di scampo. Chiedete alla "gente" (italiana) e contate quante risposte diverse (e motivate) ottenete.
Questo breve quadretto spiega, credo, perché i giornalisti in Italia sono una categoria quasi totalamente discreditata.
In questi giorni ho seguito il dibattito nato dalla lettera di Pier Luigi Celli a Repubblica, quella in cui diceva al figlio laureando di lasciare l'Italia e andare all'estero. Sono giunta alla conclusione che di certo Celli parla di fatti nella sua lettera, ma non posso non chiedermi: che cosa succede se tutti andiamo via? Certo, l'evoluzione insegna che talvolta l'implosione è salutare: tabula rasa e poi si ricostruisce da zero.
Ma quel che c'è di buono? (Consideriamo che se all'estero in tanti riescono ad avere quello che in Italia costerebbe loro molto più grandi e ingiustificate fatiche in termini di meritocrazia, vuol dire che del buono c'è).
La costante illusione di numerosissimi italiani è di poter ottenere quel che chiedono senza sforzo (nel peggiore dei casi, è ritenuto "dovuto"). Questa illusione priva della dignità. Se abbiamo un'idea simile in testa, ci sarà senz'altro qualcuno che cercherà di approfittarne.
È come il patto con il diavolo: ottieni quello che vuoi e sei spacciato per sempre (o quasi). Non bisogna essere giornalisti, ma vale lo stesso.

lunedì 6 luglio 2009

Il diritto alla Rete

Vi segnalo lo sciopero dei blogger, un'iniziativa promossa da alcuni giornalisti e blogger per scioperare martedì 14 luglio contro il disegno di legge Alfano che vuole imporre l'obbligo di rettifica anche ai blog.
Su Diritto alla rete trovate i motivi dello sciopero, l'elenco di chi ha deciso di partecipare e il logo da scaricare e postare sul vostro blog il 14 luglio per dire la "vostra" contro questo attacco alla libertà d'informazione.
PASSATE PAROLA!!!

giovedì 4 giugno 2009

Un Paese e la sua censura

Pare ancora di vederlo, come se il tempo si fosse fermato, se vent'anni non fossero passati, lasciando rughe e cicatrici.
E' uno dei grandi rivoluzionari del Novecento. Pechino, 5 giugno 1989. Un ragazzo di spalle, camicia bianca, pantaloni neri, due sacchetti della spesa in mano. Inerme davanti ai carri armati, lungo la grande via vicino a Tien An Men: quei carri armati che hanno ucciso a raffiche migliaia di ragazzi come lui. "Il ribelle sconosciuto", come titolerà "Time".

Il ragazzo dei carri armati, una sfida, la statua umana della libertà. Il simbolo di un anno formidabile, fatto di uomini che hanno dentro la voglia di cambiare: il Muro di Berlino, sinistro e medioevale, che si accartoccia su se stesso come un rotolo di pergamena, le tavole di Yalta fatte a pezzi, l'Est illuminato da fiaccolate di popolo, gli ultimi panzer con la stella rossa che lasciano Kabul, il comunismo che muore di comunismo, un vero '68, fatto di rivoluzioni vere e non di psicodrammi rivoluzionari, la Grande Storia che ci esplode in faccia e ci insegna che gli imperi, come gli uomini, sono mortali.

Del ragazzo dei carri armati non ci resta nulla. Nessuno conosce il suo nome, nessuno sa se sia vivo né dove sia. "Sono il vento, sono libero come il vento", "Piccolo uomo, grande uomo, uno come noi". Quel ragazzo eravamo noi. Ci ha fatto sognare, credere, soffrire. Poi ha dato le spalle al mondo per sempre. E, forse, è tornato nel vento.


Parto dalle parole di Marco Innocenti sul Sole24Ore (andate a vedere anche il video e gli approfondimenti che accompagnano il pezzo), per parlare di censura e di repressione.
Gli avvenimenti cinesi sono diventati un emblema, per chi ha combattuto, per chi ha taciuto, per chi è nato dopo e li ha visti solo sui libri di storia, ma giusto in queste ora il Governo cinese replica lo stesso atteggiamento: il silenzio, l'oscuramento.
I siti web "in manutenzione", che bugia ipocrita! Gli ex- studenti del 1989 agli arresti domiciliari o in prigione.
La CENSURA - e l'AUTOCENSURA - sono i sintomi gravi di ogni regime politico malato, malato nel senso di antidemocratico, contrario alla libertà di pensiero e d'opinione, contrario alla sua espressione.
Tutti d'accordo, no?
Ma ditemi una cosa, noi che cosa sappiamo di quello che succede, davvero, all'ESTERO?
Noi che cosa sappiamo di come sono le REGOLE, di cosa dicono esattamente e di chi le ha fatte?
Noi siamo davvero SICURI, intendo pronti a metterci la mano sul fuoco (e non solo per modo di dire) di non essere vittime di qualche forma di censura?
Noi lo sappiamo perché EMMA BONINO si è asserragliata negli studi RAI di Saxa-Rubra (a Roma, non su Plutone), dicendo che gli italiani non sanno cos'è il Parlamento Europeo o cosa fa e perché sabato e domenica si va a votare?
Noi lo sappiamo cos'è il PARLAMENTO EUROPEO?
Noi lo sappiamo cos'è un PARLAMENTO e quali sono i suoi compiti?
Noi lo sappiamo da dove il Parlamento prende il suo POTERE?
Noi lo sappiamo dove finisce il DIRITTO e inizia la PREVARICAZIONE?
Noi lo sappiamo che viviamo in un Paese dove la stampa ha DIRITTO E DOVERE a fare tutte le domande che vuole perché questo è l'unico scopo della sua esistenza?
Noi lo sappiamo cosa vuol dire il detto "IL BUE CHE DICE CORNUTO ALL'ASINO"?
Noi lo sappiamo che le BUGIE fanno fare bella figura (si fa per dire...) ma non migliorano il PIL né la democrazia?
Noi lo sappiamo qual è il significato della parola "POPULISMO"?
Ma soprattutto, noi siamo in grado di RISPONDERE?

venerdì 24 aprile 2009

Il G8 dove lo metto?

Riassumendo, s'era detto: il G8 2009 si terrà nell'arcipelago della Maddalena, in Sardegna.
Poi: no, facciamolo a Napoli! Su una bella nave da crociera così non ci sono pericoli (mi chiedo se gli assalti di Greenpeace alle baleniere giapponesi non potrebbero essere replicati?).
E ora, l'ultima: tutti all'Aquila!

ALL'AQUILA???

Dunque, l'Aquila è stata appena colpita da un terremoto che ha raso al suolo abitazioni e ucciso quasi 300 persone.
Questo mi fa pensare che al momento la prima priorità sia la ricostruzione: c'è gente che vive nelle tende, ma non è in campeggio; c'è gente che non ha più un'ospedale, la propria scuola, la casa dello studente; c'è chi ha perso un amico, un figlio, un genitore, un compagno di squadra.
Organizzare un incontro come il G8, richiede non solo trovare una location per la riunione degli 8 "Grandi" e casomai per la cena di gala, ma anche alloggiare e far incontrare i diplomatici e tenere conto della sicurezza (tanto per farsi un'idea, Obama nel suo recente viaggio in Europa è arrivato con uno staff di 500 persone. Un'esagerazione? Può darsi, però in ogni caso va tenute presente che nella migliore delle ipotesi ogni Paese ha una delegazione di decine di persone).
Ecco, se quindi a l'Aquila ora servono case e servizi di base, come si fa a dire che i soldi del G8 serviranno alla ricostruzione che tanto comunque andrebbe fatta?
Il G8, mi pare, non beneficia dell'ospitalità dei privati (sarebbe carino però... "Gordon Brown dormirà sul divano-letto nel soggiorno dei signori Rossi" o "Il premier giapponese Taro Aso pazzo per gli arrosticini della signora Maria").
Tra l'altro, non penso proprio che da qui a luglio, i black-blocks si facciano troppi scrupoli ad andare all'Aquila: non penso li spaventi la possibilità di una nuova scossa (che ovviamente in ogni caso spero non si verifichi!) o si commuovano di fronte alle toccanti immagini del premier italiano ai funerali delle vittime e decidano di 'fare da bravi'.

Dall'altra parte, la Sardegna. Ho letto alcuni commenti dei lettori sul Corriere della Sera secondo cui i sardi "non vogliono mollare i soldi" che sono stati destinati alla costruzione delle infrastrutture per il G8.
Senz'altro è vero che questo evento ha un significato economico non secondario per l'area: l'idea, infatti, è che dopo che gli Stati Uniti hanno lasciato la base militare, costruire nuove infrastrutture e ospitare il G8 fosse una vetrina in grado di incrementare in futuro il turismo.
Personalmente, ho qualche perplessità sull'impatto ambientale di un G8 alla Maddalena: certo potrebbe essere più facile garantire la sicurezza dei capi di Governo e di Stato, ma questo non esclude che si possa protestare lo stesso, magari a Palau o a Olbia.
In ogni caso sono stati stanziati fondi, fatti progetti, assegnati appalti, iniziati i lavori. Già c'è gente che sta lavorando e non è mica con un colpo di bacchetta magica (sì, lo so va molto di moda di questi tempi...) che si pianta tutto a metà e si ricomincia da zero (per non dire meno, visto che questa purtroppo è la realtà) altrove.
Se il sindaco della Maddalena, Angelo Comiti, dice che non è possibile non è perché è semplicemente un egoista in cerca di gloria, ma forse perché qualche ragione pratica esiste.
Per curiosità, se molliamo quello che è stato fatto a metà, poi come lo finiamo? E cosa ne facciamo esattamente? Passiamo direttamente alla 'riconversione'? E con quali soldi?
E poi, se facendo il G8 all'Aquila si risparmia perché si prendono due piccioni con una fava, allora perché non si fa anche l'election-day, tanto per ritornare al punto?

PS: quanto ai sardi, per la cronaca, cominciate a vedere i risultati del vostro voto.

lunedì 20 aprile 2009

Depende... De que depende??

Mentre Londra regala dei bei giorni di primavera (durerà? e quanto?), mi chiedo perché la solita pol(l)itica italiana propone adesso di spendere 400 sonanti milioni di euro per non fare il cosidetto "election day".
L'election day sarebbe il voto per le elezioni europee, amministrative e (teoricamente) per il referendum per abrogare alcune parti dell'attuale legge elettorale (il famoso "porcellum" ideato da Calderoli, Lega Nord, per chi non ricordasse) nella giornata di domenica 7 giugno.
Ora, a onor del vero, noi - che chissà perché dobbiamo sempre essere "speciali" - votiamo anche sabato 6 giugno, mentre nel resto d'Europa il voto è concentrato generalmente in un solo giorno (per la serie: chi vuole andare a votare, ci va e basta), mentre noi che siamo "generosi" scrutatori e presidenti di seggi li paghiamo un giorno in più (eh, sì, se parliamo tanto di risparmiare i soldi pubblici allora mettiamo in conto anche questo).
Il problema del no all'election day - no della Lega Nord - è fondamentalmente dato dal fatto che il referendum abrogativo ha bisogno di un quorum, ossia deve andare a votare almeno il 50% degli elettori perché il risultato sia valido.
Chiaramente se ci sono le elezioni europee e, ancor di più quelle amministrative (= voto locale, quello generalmente più "sentito") è probabile che il quorum del referendum sia raggiunto più facilmente e questo potrebbe voler dire, ad esempio, che i partiti non avrebbero più a disposizione liste bloccate dove candidare chi gli pare o la possibilità di candidare la stessa persona in liste di diverse circoscrizioni (scelta dettata dal fatto che si tratta di una persona conosciuta e che ha molte probabilità di essere eletto/a per poi lasciare il posto al secondo della lista e garantire al proprio schieramento un numero di seggi più alto in Parlamento).
Ribadendo ancora una volta che come al solito la Lega non fa tanto la schizzinosa quando i soldi sono di Roma, quello che non mi piace è che tira aria di "ritirata" da parte del centrosinistra.
Non solo - dicono ormai - si potrebbe fare il 21 giugno (romanticoni, scelgono il solstizio d'estate!), ma addirittura nel 2010. Perché non nel 2012, in coincidenza con le Olimpiadi?? O nel 2011, 150° anniversario dell'Unità d'Italia? (Questa penso non sarebbe comunque un'idea gradita alla Lega...). Oppure... quand'è che cade il prossimo Giubileo??

mercoledì 18 febbraio 2009

Ai cattivi maestri

Passata l'istintiva repulsione e indignazione su quello che è accaduto intorno alla storia di Eluana Englaro e continua ad accadere riguardo alla questione collegata del testamento biologico, riporto qui sotto (anche per conservarlo come promemoria) il commento di Roberto Saviano pubblicato il 12 febbraio sul quotidiano laRepubblica.

Chiedete scusa a Beppino Englaro
DA ITALIANO sento solo la necessità di sperare che il mio paese chieda scusa a Beppino Englaro. Scusa perché si è dimostrato, agli occhi del mondo, un paese crudele, incapace di capire la sofferenza di un uomo e di una donna malata. Scusa perché si è messo a urlare, e accusare, facendo il tifo per una parte e per l'altra, senza che vi fossero parti da difendere.

Qui non si tratta di essere per la vita o per la morte. Non è così. Beppino Englaro non certo tifava per la morte di Eluana, persino il suo sguardo porta i tratti del dolore di un padre che ha perso ogni speranza di felicità - e persino di bellezza - attraverso la sofferenza di sua figlia. Beppino andava e va assolutamente rispettato come uomo e come cittadino anche e soprattutto se non si condividono le sue idee. Perché si è rivolto alle istituzioni e combattendo all'interno delle istituzioni e con le istituzioni, ha solo chiesto che la sentenza della Suprema Corte venisse rispettata.

Senza dubbio chi non condivide la posizione di Beppino (e quella che Eluana innegabilmente aveva espresso in vita) aveva il diritto e, imposto dalla propria coscienza, il dovere di manifestare la contrarietà a interrompere un'alimentazione e un'idratazione che per anni sono avvenute attraverso un sondino. Ma la battaglia doveva essere fatta sulla coscienza e non cercando in ogni modo di interferire con una decisione sulla quale la magistratura si stava interrogando da tempo.

Beppino ha chiesto alla legge e la legge, dopo anni di appelli e ricorsi, gli ha confermato che ciò che chiedeva era un suo diritto. È bastato questo per innescare rabbia e odio nei suoi confronti? Ma la carità cristiana è quella che lo fa chiamare assassino? Dalla storia cristiana ho imparato a riconoscere il dolore altrui prima d'ogni cosa. E a capirlo e sentirlo nella propria carne. E invece qualcuno che nulla sa del dolore per una figlia immobile in un letto, paragona Beppino al "Conte Ugolino" che per fame divora i propri figli? E osano dire queste porcherie in nome di un credo religioso. Ma non è così. Io conosco una chiesa che è l'unica a operare nei territori più difficili, vicina alle situazioni più disperate, unica che dà dignità di vita ai migranti, a chi è ignorato dalle istituzioni, a chi non riesce a galleggiare in questa crisi. Unica nel dare cibo e nell'essere presente verso chi da nessuno troverebbe ascolto. I padri comboniani e la comunità di sant'Egidio, il cardinale Crescenzio Sepe e il cardinale Carlo Maria Martini, sono ordini, associazioni, personalità cristiane fondamentali per la sopravvivenza della dignità del nostro Paese.

Conosco questa storia cristiana. Non quella dell'accusa a un padre inerme che dalla sua ha solo l'arma del diritto. Beppino per rispetto a sua figlia ha diffuso foto di Eluana sorridente e bellissima, proprio per ricordarla in vita, ma poteva mostrare il viso deformato - smunto? Gonfio? - le orecchie divenute callose e la bava che cola, un corpo senza espressione e senza capelli. Ma non voleva vincere con la forza del ricatto dell'immagine, gli bastava la forza di quel diritto che permette all'essere umano, in quanto tale, di poter decidere del proprio destino. A chi pretende di crearsi credito con la chiesa ostentando vicinanza a Eluana chiedo, dov'era quando la chiesa tuonava contro la guerra in Iraq? E dov'è quando la chiesa chiede umanità e rispetto per i migranti stipati tra Lampedusa e gli abissi del Mediterraneo. Dove, quando la chiesa in certi territori, unica voce di resistenza, pretende un intervento decisivo per il Sud e contro le mafie.

Sarebbe bello poter chiedere ai cristiani di tutta Italia di non credere a chi soltanto si sente di speculare su dibattiti dove non si deve dimostrare nulla nei fatti, ma solo parteggiare. Quello che in questi giorni è mancato, come sempre, è stata la capacità di percepire il dolore. Il dolore di un padre. Il dolore di una famiglia. Il "dolore" di una donna immobile da anni e in una condizione irreversibile, che aveva lasciato a suo padre una volontà. E persone che neanche la conoscevano e che non conoscono Beppino, ora, quella volontà mettono in dubbio. E poco o nullo rispetto del diritto. Anche quando questo diritto non lo si considera condiviso dalla propria morale, e proprio perché è un diritto lo si può esercitare o meno. È questa la meraviglia della democrazia. Capisco la volontà di spingere le persone o di cercare di convincerle a non usufruire di quel diritto, ma non a negare il diritto stesso. Lo spettacolo che di sé ha dato l'Italia nel mondo è quello di un paese che ha speculato sull'ennesima vicenda.

Molti politici hanno, ancora una volta, usato il caso Englaro per cercare di aggregare consenso e distrarre l'opinione pubblica, in un paese che è messo in ginocchio dalla crisi, e dove la crisi sta permettendo ai capitali criminali di divorare le banche, dove gli stipendi sono bloccati e non sembra esserci soluzione. Ma questa è un'altra storia. E proprio in un momento di crisi, di frasi scontate, di poco rispetto, Beppino Englaro ha dato forza e senso alle istituzioni italiane e alla possibilità che un cittadino del nostro Paese, nonostante tutto, possa ancora sperare nelle leggi e nella giustizia. Sarebbe bello se l'epilogo di questa storia dolorosa potesse essere che in Italia, domani, grazie alla battaglia pacifica di Beppino Englaro, ciascuno potesse decidere se, in caso di stato neurovegetativo, farsi tenere in vita per decenni dalle macchine o scegliere la propria fine senza emigrare. È questa l'Italia del diritto e dell'empatia - di cui si è già parlato - che permette di rispettare e comprendere anche scelte diverse dalle proprie, un'Italia in cui sarebbe bellissimo riconoscersi.

© 2009 by Roberto Saviano
Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

sabato 22 novembre 2008

Breve riflessione sul "giornalismo de noantri"

Stamattina quando ho letto la notizia della morte di Sandro Curzi, ex direttore del Tg3 tra le altre cose che ha fatto nella sua vita, mi ha colpito questa cosa: lui era un militante di partito che faceva il giornalista. Il che mi stona perché la sua autorevolezza (in buona parte) gli derivava dal manifestare un'ideologia.
Credo che da noi sia molto più un caso chi "non appartiene" (ammesso che venga preso sul serio perché una sana dose di dietrologia non manca mai) del contrario. Il che, francamente, mi sembra malato. O forse è per questo che facciamo fatica a renderci conto di cosa è un conflitto di interessi.

mercoledì 10 settembre 2008

La riforma nascosta della giustizia in quel patto tacito Ghedini-Violante di GIUSEPPE D'AVANZO

È l'uovo di Colombo. Che cos'è un pubblico ministero senza polizia giudiziaria? Più o meno, niente. Un corpo senza braccia. Una toga nera che cammina. E allora se, nella scelta e nell'avvio dell'esercizio dell'azione penale, si toglie all'accusa la collaborazione della polizia; se si attribuiscono alla polizia i poteri che oggi sono del pubblico ministero (dalle notizie di reato alla direzione delle indagini), il gioco è fatto.

Quel che oggi appare una faticosa (e ardua) ascesa alle vette di una riforma costituzionale diventa, più o meno, una quieta passeggiata in riva al mare. Un percorso legislativo ordinario e svelto che, senza troppo clamore e piazze Navona, altera gli equilibri costituzionali più di quanto possa fare una risicatissima riscrittura della Costituzione.

La "riforma della giustizia" (o meglio lo scontro ideologico tra politica e magistratura) ha già un suo compromesso concreto, rapidamente realizzabile e già per buona parte condiviso. L'abolizione di qualche parola in due articoli del codice di procedura penale consente alla politica di ottenere, senza "guerre di religione", quel che dai tempi della Bicamerale è apparso alla politica una chimera: il controllo dell'azione penale e l'attenuazione dei poteri del pubblico ministero a vantaggio dell'esecutivo.

Come si sa, la riforma ha un'agenda autunnale già annunciata dal ministro della Giustizia Alfano: riforma del processo penale e civile e, poi, interventi costituzionali che muteranno il ruolo del Csm, l'obbligatorietà dell'azione penale, la separazione delle carriere. E' un'agenda, per la prima parte (riforma del processo), condivisa anche dall'opposizione che vuole rendere concreta la ragionevole durata del processo e più efficiente (finalmente efficiente) la macchina della giustizia. Ma, a saper ascoltare Luciano Violante e Niccolò Ghedini - le vere "teste d'uovo" protagoniste di questo minimalismo al tempo stesso riformista e rivoluzionario - è sufficiente già il riordino del processo penale per raccogliere qualche desideratissimo risultato. L'accordo non è segreto. Il compromesso è lì alla luce del sole e basta soltanto unire i punti per vederne il disegno.

Chiedono a Violante della separazione delle carriere (2 settembre, il Giornale). Curiosamente, prima di dirsi contrario alla separazione, Violante ragiona a lungo (in apparenza c'entra come il cavolo a merenda) sulla "confusione tra attività di polizia e attività del pm". Per concludere: "Il ruolo della polizia è stato schiacciato dal ruolo del pm. Bisogna tornare ai principi della Costituzione: la polizia da una parte e il pm dall'altra, ciascuno con proprie attribuzioni". E' una stravaganza il richiamo alla Carta. Come se le "attribuzioni" delle polizie fossero prescritte dalla Costituzione che, al contrario, all'articolo 109 recita: "L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria".

A stretto giro (3 settembre, il Giornale), risponde a Violante Niccolò Ghedini. Tecnico sapientissimo, di fatto il Guardasigilli, scorge il varco. Dice: "Sono d'accordo sulla necessità di valorizzare il lavoro della polizia giudiziaria rendendolo più autonomo da quello del pm. L'accordo si può trovare in tempi brevi". Si può immaginare che l'avvocato e consigliere di Berlusconi sfoggi uno dei suoi sorrisi, quando si lancia nella difesa dell'obbligarietà dell'azione penale ("La manterrei"). Ghedini sa che, liberata la polizia giudiziaria dalla dipendenza al pm, non vale più la pena occuparsi dell'obbligatorietà dell'azione penale che sarebbe già fritta. Vediamo perché.

Oggi (art. 327 del codice di procedura penale) "il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria che, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, continua a svolgere attività di propria iniziativa". Se si cancellano le parole in corsivo la norma diventa: "La polizia giudiziaria, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, svolge attività di propria iniziativa". Il pubblico ministero perde la direzione delle indagini mentre la polizia guadagna la sua libertà. Come chiunque comprende, la variazione non è neutra e senza conseguenze. Il pubblico ministero è indipendente dal potere politico e "soggetto soltanto alla legge", mentre il poliziotto è un funzionario dello Stato che risponde agli ordini di un ministro e alle scelte politiche del governo. Una seconda "correzione" accentua la discrezionalità della polizia e la distanza dal pm.

Articolo 347 del codice di procedura di penale: "Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria, senza ritardo, riferisce al pubblico ministero". Se cade il corsivo ("Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria riferisce al pubblico ministero") l'intero gioco investigativo finisce nelle mani delle forze dell'ordine. Lo scenario diventa questo. Le polizie raccolgono la notizia di reato; fanno i primi accertamenti; ne possono valutare protagonisti, modalità e conseguenze. Informare la catena gerarchica e il governo. Decidere quando e come informare il pubblico ministero.

Non si può escludere che, nelle occasioni meno gradite o imbarazzanti per il potere politico o economico, la comunicazione possa avvenire fuori tempo massimo quando i buoi sono già scappati dalla stalla o quando diventa difficile raccogliere coerenti e tempestive fonti di prova per accertare reato e responsabilità. (Naturalmente sempre possono esserci pressioni sulla polizia giudiziaria per "aggiustare" le indagini, ma la dipendenza dal pubblico ministero protegge i funzionari dello Stato dalle gerarchie e dai governi).

Come si può comprendere, grazie a poche parole soppresse in un codice, giustizia e processo muterebbero. Sarebbe il governo a decidere, attraverso le polizie, quale fenomeno criminale aggredire e quali affari penali indagare. La separazione della polizia giudiziaria dal pubblico ministero risolve all'origine molte questioni cui la politica non ha trovato soluzione nel corso del tempo. L'obbligatorietà dell'azione penale sarebbe sterilizzata.

Oggi nella disponibilità delle procure, l'inizio dell'azione penale viene consegnata al governo che può selezionare quando, come e contro chi esercitare l'azione, attraverso la notizia di reato raccolta dalla polizia giudiziaria e i tempi di comunicazione alle procure. L'indipendenza del pubblico ministero sarebbe marginalizzata. Decretata la sua autonomia nelle indagini, sarà il poliziotto a decidere del lavoro soltanto formalmente indipendente del magistrato trasformando il pubblico ministero in "avvocato della polizia".

Un "avvocato" che mette le sue competenze tecniche al servizio di un'accusa preconfezionata in questure e caserme che lavorano alle dipendenze e con gli input del governo. La soluzione può essere gradita a larga parte del mondo politico (è un errore sottovalutare l'influenza e le connessioni di Violante nell'opposizione e nelle istituzioni) e peraltro Silvio Berlusconi non ha mai fatto mistero di volerla ad ogni costo. Forse, l'avrà. Senza tanti ghirighori costituzionali, la quadra - come l'uovo di Colombo - è lì a portata di mano. In poche parole da cancellare con un tratto di penna.

(da Repubblica.it, 10 settembre 2008)

domenica 17 agosto 2008

Lingue biforcute

Tra i meritevoli obiettivi che il governo in carica si prefigge, c'è anche la battaglia delle lingue a Bruxelles.
La questione è semplice: l'esecutivo italiano vorrebbe che alla conferenza stampa quotidiana ci fosse anche la traduzione in italiano, tutti i giorni e non solo il mercoledì (giorno in cui si riunisce la Commissione e in sala stampa sono presenti i traduttori per tutte le 23 lingue ufficiali). La traduzione nell'idioma nostrano, dovrebbe poi essere garantita in tutte le riunioni di qualunque natura, pena l'abbandono da parte degli italiani del tavolo dei lavori.
Ora, è pur vero che le lingue più utilizzate nelle istituzioni Ue sono il francese e l'inglese, seguite dal tedesco. Tuttavia, va detto che in tutte le occasioni importanti (cioè un buon 80% degli eventi a cui mi è capitato di assistere, come conferenze stampa dei commissari e riunioni delle commissioni parlamentari, per non parlare poi delle conferenze stampa della presidenza al termine delle riunioni dei consigli dei ministri e del Consiglio europeo) sono tradotte in tutte le lingue dei 27 Stati membri. Inoltre, nel giro di qualche ora vengono fornite le versioni dei comunicati stampa in tutte le lingue riconosciute.
Qualcuno ha anche sottolineato come meritorio il fatto che il commissario europeo ai Trasporti, Antonio Tajani, abbia voluto che il proprio gabinetto lavori in italiano. E dire che, seppure con spiccato accento nostrano (e questa non è una colpa), lui il francese lo parla. Perché, allora, dare vita a siparietti degni di un "bar sport" e, in conferenza stampa, parlare in italiano con i giornalisti italiani? Stuzzicando il corrispondente di un quotidiano spagnolo che, intervenendo, ha esordito dicendo: "Allora, adesso la mia domanda la faccio in spagnolo...". Sarà perché pure Zapatero sembra voler sposare la causa delle lingue meditarranee e "trascurate"?
In attesa dell'Aventino a 12 stelle (su sfondo blu), dico io, perché non imparare le lingue straniere invece di tentare battaglie pretenziose e inutili? D'altra parte, se servono a un giornalista - indipendentemente dal fatto che lavori a Bruxelles - allo stesso modo servono a un europarlamentare (euro, appunto) e a un funzionario che lavora nelle istituzioni europee (europee, appunto).
Infine, l'Italia non conta meno in Europa, rispetto alle origini dell'Ue, perché vi si parla (relativamente) poco italiano. Se debacle è, i motivi sono ben altri.

giovedì 14 agosto 2008

Silenzi rumorosi

IL VATICANO PRENDE LE DISTANZE DA FAMIGLIA CRISTIANA CITTA' VATICANO - Il Vaticano prende le distanze da "Famiglia Cristiana" e dai suoi scontri con il governo.

Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha precisato stamane che il settimanale dei Paolini "non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana".
''Il settimanale 'Famiglia Cristiana' - ha spiegato padre Lombardi - e' una testata importante della realta' cattolica ma non ha titolo per esprimere ne' la linea della Santa Sede ne' quella della Conferenza episcopale italiana''. ''Le sue posizioni - ha aggiunto - sono quindi esclusivamente responsabilita' della sua direzione''.
Nei giorni scorsi si era infiammato il confronto politico con le accuse di ''cattocomunismo'' lanciate al settimanale da esponenti del centrodestra per le critiche espresse soprattutto sulla sicurezza e impronte ai rom. Il periodico paolino si era augurato che ''non sia vero il sospetto'' che in Italia stia rinascendo il fascismo ''sotto altre forme''.
(ANSA)

Questo per precisare, a chi non lo ricordasse, che i rispettivi organi di stampa sono L'Osservatore romano e Avvenire. E non sia mai che prendano posizione quando sarebbe il caso...

martedì 29 luglio 2008

Segnalazioni (ahimè!)

BRUXELLES - Ne approfitto per segnalarvi due post interessanti scritti da Marco Zatterin, corrispondente della Stampa a Bruxelles.
Il primo s'intitola 'La domanda provocona' e racconta una curiosa(?) storia di (purtroppo) ordinaria arroganza.
Il secondo, invece, è 'Il carroccio romeno' di cui vi invito a leggere con attenzione i commenti, dimostrazione (ahimè, appunto) di che genere di reputazione goda l'apertura mentale in Italia. Rifacendomi a uno di questi commenti, ci terrei a sottolineare come concordo sul fatto che le regole devono essere rispettate da tutti, cittadini di nascita e acquisiti. Ma ci sono regole e regole. E soprattutto, un Paese in cui l'aspirazione più diffusa sembra essere proprio quella di essere "l'uomo medio(cre)", credo debba farsi, prima di tutto, un serio esame di coscienza.

lunedì 28 luglio 2008

Stupidity fair

«Il rischio di prendere chili? Dipende dalle porzioni»
«Risotto e polenta fanno bene»
Il ministero lancia la dieta padana

Martini, sottosegretario alla Salute: «Non tuteliamo soltanto i piatti mediterranei»

ROMA — Riso, patate, radicchio trevigiano, asparagi, carne alla griglia, mele e pere e un piatto su tutti: la polenta. Bianca se accompagnata al pesce. Gialla se sposata con funghi e formaggi sciolti. Cibi base della dieta padana. Che adesso il sottosegretario al ministero del Welfare, Francesca Martini, vuole proporre in alternativa alla mediterranea, candidata a diventare patrimonio culturale dell'Unesco secondo una mozione parlamentare bipartisan.

Da veronese doc, amante delle tradizioni della sua terra, preoccupata di non disperdere il patrimonio gastronomico del Nord, lei crede davvero al valore nutrizionale e salutare del mangiare leghista. E non poteva essere diversamente considerata anche la consuetudine con la cucina lumbard. «Non è certo per le mie origini né per le idee politiche che intendo promuovere questo tipo di alimentazione. Credo nel valore nutrizionale e salutare della dieta federalista», torna seria dopo aver raccontato il menù gustato l'altra sera a Oppeano, nella Bassa veronese, ad una delle feste del partito di Bossi: risotto al tastasal (cioè con salsiccia spezzettata), grigliata con polenta.

Non le sembra che un'impostazione del genere appare il contrario di quella canonicamente raccomandata per stare bene e calare di peso? Il sottosegretario non demorde: «Dipende dalle porzioni. Se moderato, trovo sia un buon regime dietetico, mai disgiunto ricordiamolo dall'esercizio fisico. Non particolarmente grasso, basato su cibi di qualità, su prodotti del territorio, sicuro grazie alle modalità con cui è stato lavorato e trasportato. Perché esportare solo il modello della mediterranea? Io promuoverò la padana. Non è giusto dimenticare l'altra metà del Paese». Proprio la scorsa settimana sul New England Journal of Medicine è stata pubblicata una ricerca condotta dal centro israeliano di Beer Sheva in collaborazione con l'ospedale universitario Leipzig di Boston. A confronto tre diete: la prima povera di zuccheri (niente pane, pasta, riso, dolci), la seconda povera di grassi (no a burro, olio, insaccati, formaggi, carne grassa per un massimo di 1800 calorie al giorno). E infine la mediterranea (frutta, legumi, pesci, proteine di origine preferibilmente vegetale). Le hanno provate per 2 anni circa 320 persone obese o in sovrappeso. Il dimagrimento più sensibile è stato ottenuto con la dieta senza zuccheri, seguita a ruota dalla mediterranea. «Non dico che non sia valida — chiarisce la Martini —. Però non dobbiamo fossilizzarci. In Italia non c'è bisogno di proibire», aggiunge richiamandosi al governatore Arnold Schwarzenegger che in California ha vietato il consumo nei ristoranti dei grassi perniciosi, presenti soprattutto in margarina e olio da frittura: «Lo inviterò a una festa della Lega. Sui grassi nocivi ho chiesto un parere all'agenzia europea».

Margherita De Bac
Corriere della Sera - 28 luglio 2008

venerdì 25 luglio 2008

Guardiamoci da fuori

...visto che proprio, farci un esame di coscienza non sembra possibile... (tratto dalla newsletter di Internazionale.it)

VISTI DAGLI ALTRI
La triste democrazia italiana.
È uno spettacolo indecoroso: il senato italiano ha
approvato una legge che concede l'immunità alle quattro più
importanti cariche dello stato. L'immunità non riguarderà i
reati di alto trdimento e di attentato alla costituzione e
sarà estesa per l'intera durata del mandato. La legge, il
cosiddetto "lodo Alfano", prevede la sospensione anche per
i processi cominciati prima che il capo dello stato, il
premier e i presidenti di camera e senato entrassero in
carica. Ci si chiede come un popolo così maturo possa
tollerare un simile orrore.

Diario de León, Spagna

giovedì 3 luglio 2008

Roma, 8 luglio, manifestazione in piazza Navona. Passaparola!

Rilancio l'appello dal sito di Micromega. A voi la palla, anzi il girotondo! ;-)

Care concittadine e cari concittadini,
il governo Berlusconi sta facendo approvare una raffica di leggi-canaglia con cui distruggere il giornalismo, il diritto di cronaca e l’architrave della convivenza civile, la legge uguale per tutti.

Questo attacco senza precedenti ai principi della Costituzione impone a ogni democratico il dovere di scendere in piazza subito, prima che il vulnus alle istituzioni repubblicane diventi irreversibile.

Poiché il maggior partito di opposizione ancora non ha ottemperato al mandato degli elettori, tocca a noi cittadini auto-organizzarci. Contro le leggi-canaglia, in difesa del libero giornalismo e della legge eguale per tutti, ci diamo appuntamento a Roma l’8 luglio in piazza Navona alle 18, per testimoniare con la nostra opposizione – morale, prima ancora che politica – la nostra fedeltà alla Costituzione repubblicana nata dai valori della Resistenza antifascista.

Vi chiediamo l’impegno a “farvi leader”, a mobilitare fin da oggi, con mail, telefonate, blog, tutti i democratici. La televisione di regime, ormai unificata e asservita, opererà la censura del silenzio.

I mass-media di questa manifestazione siete solo voi.

On Furio Colombo
Sen. Francesco Pardi
Paolo Flores D’Arcais

mercoledì 6 febbraio 2008

Due o tre cose sul Pd e le elezioni che verranno

Tra poco più di due mesi, ormai è certo, ci saranno di nuovo le elezioni politiche e i fatti delle ultime settimane, preceduti da quelli degli ultimi mesi, mi spingono a scrivere queste riflessioni.
L'annuncio del giorno è che il Partito democratico correrà da solo, anche al Senato, e sembra così che la scelta sia quella di chiudere la porta a tutti i piccoli partiti, dell'estrema sinistra e di centro, che hanno "funestato" la legislatura che si sta per concludere. Ora che, con la campagna elettorale, si parlerà più che mai di partiti, idee, programmi, ecc. ci sono un paio di cose che non mi spiego.
La prima: "l'allergia"- vera, apparente o presunta - del popolo italiano per il sistema elettorale maggioritario. Prima di tutto, devo dire che mi fa orrore l'idea di andare a votare nuovamente con una legge elettorale che fa schifo (e faccio una grande colpa al governo Prodi di non averla modificata quando era ancora in tempo). Non mi capacito, comunque, in generale dell'importanza che viene data in questo Paese a formazioni politiche che, con rispetto parlando, vanno dal piccolo all'insignificante in termini di peso politico e del perché esiste ancora una strenua lotta in difesa di sistemi elettorali proporzionali, perlopiù privi di adeguati mezzi di sbarramento, che hanno generato almeno 50 - e dico 50 - anni di instabilità. Per la cronaca e per rinfrescare la memoria, infatti, fino all'ultimo governo Berlusconi (2001-2006) nessun esecutivo aveva terminato la legislatura. A prescindere dai contenuti, direi che è importante sottolineare che quel governo era stato eletto con un sistema che era, almeno per il 75% dei seggi, maggioritario. Sistema che era stato scelto dagli stessi elettori con un referendum nel 1993.
Più esattamente quello che non mi spiego è perché un sistema come il maggioritario, che garantisce più stabilità e non ostacola l'alternanza, sia considerato meno democratico.
Questo si lega, dritto dritto, con la seconda questione: l'avversione di persone che più o meno si riconoscono nel centrosinistra (o, in mancanza d'altro, non si riconoscono nel centrodestra) per il Partito democratico e per Walter Veltroni. Partiamo dal primo: oggi ho sentito dire "il Pd è un insieme di ex comunisti e di ex democristiani che non hanno nulla in comune". Ora, io credo che il Pd non sia perfetto e abbia dei problemi (per citarne uno, mi viene in mente la Binetti...) però mi chiedo: è davvero impossibile che all'interno di una stessa formazione politica possano coesistere visioni e idee diverse? (A scanso di equivoci, non stiamo parlando di fascisti e non global insieme nella stessa lista, eh!). Io non credo che il Labour inglese o il partito democratico americano siano così monolitici al loro interno, sia come esponenti sia come elettori: eppure in entrambi i casi parliamo di Paesi democratici, con dei difetti, ma certamente democratici.
Oltre a questo non capisco perché ci lamentiamo tanto del fatto che i nostri politici siano vecchi all'anagrafe e nel loro modo di fare e pensare la politica, per poi riversare (anzi, lasciatemelo dire: sprecare) voti su partiti che si basano su ideologie e leader che definire cariatidi è poco. Per capirci, mi riferisco a personaggi come Bertinotti, Diliberto & co.
Certo - e qui arriviamo a Veltroni - anche il leader del Pd non è proprio un giovanotto di primo pelo: ha 52 anni, la sua militanza politica è iniziata nella Federazione giovanile comunista italiana, nel 1976 fu eletto consigliere comunale a Roma e poi deputato nel 1987. Tuttavia per il pubblico medio, al quale credo più o meno di appartenere o almeno di essere appartenuta, ha avuto l'accortezza o forse non ha avuto l'opportunità per mettersi troppo in prima fila e questo ora gli da una "vernice di nuovo" che manca a molti altri nel centrosinistra.
Ampliamo il discorso ora e arriviamo, infine, alle elezioni. Considerando che l'alternativa è Berlusconi e una CdL riesumata al volo - da quelle stesse galline che, fino a 15 giorni fa (per abbondare) si stavano reciprocamente sparando adosso senza ritegno e ora si sono rimesse prontamente in fila per uno pronti alla riconquista delle poltrone - non mi pare un'idea così folle "turarsi il naso" e votare il Pd, anziché buttare il voto in partitini che, oltre a non avere la potenzialità per governare, sono dichiaratamente e per loro stessa ammissione partiti d'opposizione.
Immagino che quello che ho appena scritto andrà di traverso a parecchia gente, ma il mio discorso è semplicemente pragmatico (inteso come "senso pratico"): partendo dal presupposto che credo che sarà molto difficile che il centrosinistra vinca le prossime elezioni, penso che l'Italia abbia bisogno di un governo serio, che faccia riforme vere, che sia disposto a fare scelte lì per lì impopolari ma efficaci sul lungo termine e non credo che questo si possa ottenere votando Rifondazione piuttosto che qualche altra formazione estemporanea.
Davvero, non voglio mancare di rispetto a chi ha certe convinzioni politiche, solo credo che siano improduttive e inapplicabili. E credo che non ci possiamo permettere più di tanto il lusso di fare gli idealisti naif se ci interessa almeno provare a cambiare qualcosa. Sono un'idealista? Suppongo di sì, visto quello che vedo e sento. Però resto curiosa di vedere se questa scelta del Pd di candidarsi da solo - seppure sembra premettere a una sconfitta nell'immediato - sarà in grado di aprire una pista nuova nella politica italiana: il bipartitismo.

lunedì 21 gennaio 2008

Sapienza e Giustizia

Caro Cesare,
rispondo alla tua chiamata (visto anche che mi leggi nel pensiero) e mi decido finalmente a scrivere questo post prima che l'attualità mi sfugga di mano...
La vicenda del Papa e dell'invito all'inaugurazione dell'anno accademico alla Sapienza è stata, secondo me, un'occasione persa, un autogol per la laicità. Per cominciare, mi sembra importante dire che Benedetto XIV era stato invitato per tenere un intervento sulla moratoria sulla pena di morte. In secondo luogo, credo che tutti abbiamo diritto di parlare. E tutti abbiamo diritto di contestare i nostri interlocutori. Se non siamo d'accordo nessuno - e men che meno noi stessi - può farci violenza impedendoci di dirlo. Il dissenso però va espresso sui contenuti, non a priori.
I 67 fisici che hanno firmato la lettera in cui dichiaravano la loro contrarietà all'invito al Papa all'inaugurazione dell'anno accademico hanno legittimo diritto a farlo perché, oltre alla libertà di parola di cui dicevo prima, sappiamo che Ratzinger e una parte della Chiesa sono su posizioni opposte riguardo ad alcuni temi rispetto al mondo scientifico.
Io credo che questo Paese abbia bisogno di laicità. Ha bisogno che siano laici i credenti che non hanno preso i voti, ha bisogno che lo siano i non credenti. L'errore nel dire "il Papa non deve parlare alla Sapienza", a mio parere, è nel fatto che chi sostiene che la Chiesa e questo Papa siano dogmatici, chiusi al dialogo e al confronto (e su diversi temi mi sento di dire che purtroppo è vero) ha usato esattamente lo stesso tipo di comportamento. Ottuso e aprioristico. Visto che una fede è basata su una credenza non verificabile, comprendo che ne possa discendere un comportamento di questo tipo (comunque errato); me lo spiego con più difficoltà da chi è abituato a usare la ragione, il metodo scientifico e quindi la confutazione.
Per questo, mi sembra che quello che è successo sia stato un autogol per la laicità nel nostro Paese. Certo, d'altro canto, non credo che si possa gridare alla censura, ma mi sembra un modo autolesionista per fare sponda a quel fondamentalismo cristiano che tanto piace al Cardinal Ruini, che si presta alla strumentalizzazione politica e che tanto danneggia chi è credente (eppur pensa! direbbe Galileo) e non si riconosce in queste posizioni.
Per tutto quanto ciò che ho scritto, quindi, ti dico che non firmerò la petizione di solidarietà ai docenti della Sapienza. Perché la lezione che ho tratto da questo avvenimento è la seguente: "Essere partigiani delle libertà in astratto non conta nulla, è semplicemente una posizione da uomo da tavolino che studia i fatti del passato, ma non da uomo attuale partecipe delle lotte del suo tempo". Lo ha detto Gramsci e qui mi sembra che nessuna delle due parti si sia salvata dall'errore.
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Il titolo di questo post chiama in causa anche la Giustizia, intesa come l'attualità ci suggerisce, come ministro della Giustizia. Martedì mattina, quando ho sentito la notizia che la moglie di Clemente Mastella era agli arresti domiciliari, ho accolto con un certo sollievo la notizia, immediatamente successiva, che il marito si dimetteva dal suo incarico. "Un sussulto di dignità!" ho pensato. "Proprio da Mastella, non me lo sarei aspettato, però ben venga". Mi sembrava un'assunzione di responsabilità. Nel giro di breve, come saprete, mi sono dovuta ricredere. Mastella, infatti, è andato in Parlamento dove era prevista la presentazione della relazione annuale del ministero sullo stato della giustizia e ha tuonato contro i magistrati!
Questo ha generato la mia seconda riflessione importante su come vanno le cose nel nostro Paese, nel giro di una settimana. Siamo un Paese di immaturi. Sì, perché è prassi questo comportamento per cui un politico indagato/accusato/condannato per qualche reato, per prima cosa non si dimette, non si fa un esame di coscienza, se non un mea culpa pubblico, ma dice invece che "i magistrati sono cattivi!". La mia breve memoria mi suggerisce che questo atteggiamento è nato con Tangentopoli (anche se temo, ahimé, che sia molto più anziano), è stato sublimato da Berlusconi (& Co.) ed è stato felicemente adottato dal centrosinistra.
Io non credo che i magistrati siano tutti al di sopra del bene e del male: ce ne sono di onesti, di corrotti, di partigiani e di equilibrati, come in tutte le categorie. Però questa solfa che è "un attacco della magistratura", che "si vuole attentare alla libertà del Parlamento", be'... è veramente ingiustificabile, peggio inascoltabile. "Se non mi dai la palla subito, non ci gioco più!". Non sentite una tremenda assonanza anche voi??